Queens of the Stone Age – …Like Clockwork

Scheda
Rispetto al genere
9.0


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
9.0


Voto
9.0

9/ 10

di Lorenzo Goria

Era ora. C’è voluto un po’ di tempo, ma finalmente ecco …Like Clockwork, “preciso come un orologio”. Un titolo che suona come un sorriso bonario a tutti quei fan che aspettavano un seguito alla produzione dei Queens of the Stone Age dal 2008, anno in cui fu per la prima volta annunciato che Joshua Homme stava lavorando ad un nuovo disco. Ma in realtà, secondo quanto lo stesso Homme ha dichiarato, …Like Clockwork  è stato registrato in un anno soltanto. È facile pensare che in questi cinque anni il gruppo abbia scritto e riscritto canzoni, montato e smontato la loro creatura fino a farle raggiungere una forma soddisfacente. Ma lasciatecelo dire: ne è valsa la pena. …Like Clockwork  ha tutti i numeri per essere il disco dei Queens of the Stone Age per eccellenza. Anticipato e pubblicizzato in ogni modo, aveva portato l’aspettativa a livelli colossali. Ogni singolo ha avuto risonanza senza precedenti, con il picco di I appear missing, che ha totalizzato 2 milioni e duecentomila visite in meno di due settimane. Un corto di animazione pieno di sangue e violenza è stato realizzato per raccontare la storia che si cela dietro alle note del disco. E già metà delle tracce sono disponibili in rete (pur in forma ridotta) a gettare benzina su quello che era già un falò cinque anni fa. Era proprio ora.

Like Clockworck is an audio commentary of a manic year   

(J. Homme)

Buona parte di tutta l’attesa si deve al nutrito numero di stelle ospiti, come già era capitato in Songs for the deaf, il disco che li aveva lanciati in tutto il mondo. Molte erano le voci discordi a questa scelta di diluire lo spirito del gruppo con dei camei di star che poco avevano a che fare con i Queens, soprattutto in questo caso: oltre a Dave Grohl, ormai membro quasi fisso, compaiono Trent Reznor dei Nine Inch Nails, Mark LaneganAlex Turner degli Arctic Monkeys e due nomi che avevano veramente fatto pensare ad una grande ammucchiata senza capo né coda: Jake Shears dei Scissors Sisters e nientemeno che Elton John. E invece i Queens restano quelli di sempre, con il loro sound grezzo e apparentemente malcurato che si fa sempre più definito senza essere granitico. Il risultato è un gran disco, che al primo ascolto lascia letteralmente estasiati, per poi lasciare spazio ad un più mansueto entusiasmo. È un disco avvincente, energico e completo. Ed è il migliore dei Queens of the Stone Age.

L’album si apre con Keep you eyes peeled, che forse non rende abbastanza l’idea di tutto quello che seguirà: è un pezzo dall’incedere costante, retto da un pesante riff di basso distorto. Non c’è un vero e proprio ritornello, ma una serie continua di bridge. Questa caratteristica tornerà spesso nel disco e dà un piacevole senso di imprevedibilità rispetto allo schema classico – strofa, ritornello, stacco – della canzone rock. La voce di Josh Homme che urla “If life is but a dream, wake me” resta appiccicata addosso per una settimana. Il ritmo è irresistibile, il testo fa scintille e la voce di  Homme è spinta al massimo della sua estensione in molti pezzi: lo stato di grazia del gruppo è evidente. E si vede anche dalla voglia di tastare terreni ancora inesplorati dalla band con The vampyre of time and memory, che finisce anche per essere uno dei momenti più memorabili. Una ballata al pianoforte, semplice nella struttura e molto orecchiabile fino a quando non ci viene messo qualche passaggio di tonalità. Ne esce fuori un pezzo che suona armonicamente insolito, come anche Kalopsia, miscuglio di psichedelia e pop che potrebbe piacere anche ad un fan dei Radiohead. Gli ultimi due brani sono forse i due migliori mai scritti dal gruppo: I appear missingcon il ritmo trascinante e il senso di disperazione che la pervadono, è il documento di un genere, oltre che della psiche del leader del gruppo. La sensazione di essere stati contaminati da qualcosa di disgustoso viene lavata via dalla catartica title track, una lenta e malinconica canzone al piano che cattura dalle prime note e lascia l’ascoltatore con la pelle d’oca e ansioso di sentire ancora. Stando a quanto ci dice Homme, è il pezzo più sincero del disco, e racconta la vita della rockstar, con tutte le sue contraddizioni, le sue debolezze e i suoi meccanismi difensivi. Due capolavori.

Pollice su per gli arrangiamenti: parti semplici, ma groove irresistibile; i tre batteristi ci mettono l’anima quando si tratta di darci realmente dentro e il risultato è ineccepibile. Prendere Smooth Sailing per credere. Bene anche le chitarre, ma non perfette: troppo fedeli allo stile del gruppo non regalano mai assoli degni di nota e se ne sente la mancanza. Soprattuto in If I had a tail, che con le sue sfumature blues ricorda la stonesiana Gimme Shelter, l’assolo era necessario quanto la cravatta a un matrimonio. Nelle tracce più riff-based il gruppo si dimostra infallibile e sforna momenti veramente ottimi come I sat by the ocean o il singolo My God is the sun. Nì le sporcature elettroniche che ogni tanto rifiniscono i pezzi: nel migliore dei casi sono dei begli ornamenti, ma l’idea di unire due generi così diversi, anche se in brevi tratti, poteva essere approfondita meglio. Per quanto riguarda le collaborazioni speciali, gli ospiti sono a malapena riconoscibili. Le voci aggiunte di Lanegan , Turner e Shears sono presenti solo in qualità di backing vocals, e il piano di Elton John poteva essere valorizzato di più: alla fine, l’unica star che la spunta è Josh Homme stesso. Molto bene il nuovo sound: meno urlato, meno pesante e più rifinito. Il segno di una completata evoluzione nei gusti del gruppo, che risulta compatibile con un pubblico più ampio senza per questo essersi venduto. La scrittura ai limiti del cantautorato conferma il giudizio di “commento sonoro di un anno da pazzi”: i testi sono introspettivi e fascinosamente malati.

La parola “eleganza” non è mai stata un marchio di fabbrica in casa Stone Age, ma l’insieme di tutti i brani risulta incredibilmente armonioso. Addirittura, alla fine delle dieci tracce, si resta con la sensazione che tutto quello che si è sentito sia quantitativamente un po’ poco. Che, in confronto all’ora abbondante del mastodontico Songs for the Deaf, è un bel passo. …Like Clockwork è un disco fatto in grande stile e necessita, almeno per il primo ascolto, di tre quarti d’ora di incondizionata attenzione. Poi sarà impossibile smettere di sentirlo. Molto semplicemente, questo è un disco che spacca: “You won’t be disappointed” recita la pagina del gruppo da cui si scarica il singolo. Sottoscriviamo.

(29/05/2013)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.