Pula+ – Di niente e di nessuno

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
8.0


Voto
8.3

8.3/ 10

di Paolo Angeletti

Preceduto da grandi aspettative, il nuovo disco di Pula+ difficilmente deluderà i fan; in una scena dove i dischi “vuoti” sono troppo spesso la media, la prima cosa che salta all’orecchio ascoltando “Di niente e di nessuno” è che Pula ha qualcosa da dire, da raccontare;

Se uno dei grandi problemi del rap italiano è la superficialità che spesso caratterizza i testi, mista alla presunzione di trattare grandi temi senza averne le qualifiche (binomio che fa a pugni), il primo pregio del nuovo disco di Pula sta nella scelta dei temi e nella riflessione che c’è dietro ogni testo.
A far da padrone in Di niente e di nessuno sono i temi introspettivi, i mondi dove ognuno ha a che fare solo con sè stesso e di cui ognuno è avvocato, giudice e giuria. Oltre che, chiaramente, imputato.
Pula parla di sè e della gente che conosce, non dà consigli su come risolvere le crisi mondiali, dà i consigli che potrebbe dare un amico e spesso, come un vero amico, oltre a darne ne chiede, forse ancora più spesso.

Anche grazie alla scelta dei temi, le liriche di Pula non sono quasi mai banali, non suonano di “già sentito” come i molti concetti “innovativi” che troppo spesso ci vengono propinati, Pula ci racconta e si racconta, partendo dalla propria sfiducia in sè stesso, nel mondo e nelle altre persone, sfiducia che permea quasi ogni traccia dell’album, aggiungendo coerenza a quello che già di per sè si presenta come uno dei dischi tematicamente più compatti del panorama rap odierno. L’attenzione ai testi e lo studio dietro ai concetti più sentiti dall’autore danno al disco un’impronta unitaria che lo caratterizza e gli dona ancora più valore. Ricollegandoci a ciò che dicevamo in incipit, questo disco non lascia la scomoda sensazione di vuoto di un disco scritto tanto per registrare, ma presenta un nucleo, una vera motivazione di fondo che colpisce l’ascoltatore attraverso i sentimenti dell’artista riversati in ogni traccia; caratteristiche che in musica dovrebbero essere la norma, ma che, purtroppo, spesso restano una fortunata eccezione.

I testi introspettivi sono di solito male accolti dal pubblico annoiato, ma grazie a tecnica e flow invidiabili Pula riesce a dire le cose senza annoiare, anzi, riesce a catturare l’ascoltatore e trasportarlo nel suo mondo, grazie anche alle pungenti basi che caratterizzano il disco (produzioni, tra gli altri, di Luda, Squarta, Nais e Deleterio, oltre allo stesso Pula), lasciando così uno spiraglio di speranza che questo disco riesca a colpire anche quella fetta di ascoltatori più inclini alle sonorità commerciali.
Qualche pezzo un po’ meno serioso (come Buttafuori, Discopunk e Faccio subito) ancora spinge verso questo obiettivo, pur riuscendo a non svilire l’unità del disco, spezzando anzi un po’ il flusso di coscienza di Pula e dando fiato agli ascoltatori meno propensi ad ascoltare un disco interamente riflessivo. In questi pezzi Pula (quasi spiegandolo prima di Faccio Subito) sfodera qualche clichè del rapper italiano, che sembrano non poter mancare per una parte del pubblico, tuttavia tenendosi ben lontano dal ridicolo in cui scivolano molti artisti e rimanendo su un buon livello di scrittura.
Interessanti i feat, infatti oltre a quello “scontato” con Fabri Fibra nella title track, un Fibra peraltro un po’ sotto tono e comunque adombrato da un dirompente Pula, vediamo le collaborazioni con Primo e Danti, con i quali confeziona un divertente pezzo dalle forti inclinazioni elettroniche, di ottima qualità e con un ritornello che dire che resta in testa è eufemistico.

Come abbiamo detto però il vero punto di forza del disco di Pula appare nei pezzi introspettivi, diffusi in tutto l’album, ma che raggiungono le vette più alte in pezzi come Mi prendo giallo e Briciole, dove l’artista fuoriesce messo a nudo e si racconta completamente.
Pula non ha pretese di assolutismo neanche in Cambiare le cose, dove tutte le cose da cambiare sono strettamente legate alla sua interiorità o al modo in cui lui percepisce il mondo, senza pretendere che per tutti funzioni allo stesso modo.

Un’ultima menzione meritano due pezzi che potremmo definire di storytelling, Uomini a metà e Superman, entrambi tra i migliori del disco.
Nel primo l’autore racconta di personaggi, personaggi che ha incontrato, con le loro storie di vita quotidiana, tutte permeate da una profonda tristezza e da un senso di sconfitta, che rendono questo pezzo dolce, struggente e coinvolgente; nel secondo invece Pula interpreta lo stereotipo del “superuomo” moderno, quello che vive sulle cresta dell’onda e del successo aiutandosi con la cocaina, interpretato mentre parla ai suoi genitori.

Tra introspezione, sfiducia e malinconia, Pula ha confezionato un ottimo lavoro, con un’identità forte, grande cura e interessanti tematiche, impreziosito dalle influenze rock-punk, da un’attenzione alla musicalità rara nel rap e dalla presenza di strumenti veri, spesso suonati dallo stesso Pula. Un disco che merita tutti gli apprezzamenti del caso e che in altri tempi sarebbe facilmente diventato un classico, mentre oggi, dove a parlar di nuovi classici ci si sente sempre come Galilei di fronte all’Inquisizione, troverà sicuramente una strada un po’ più dura, ma potrà finalmente e definitivamente affermare Pula+ come uno dei grandi del genere.

(21/02/2012)

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Paolo Angeletti
Paolo Angeletti

Redattore. Studente di Sociologia all'università di Torino. Si occupa prevalentemente di cantautori italiani, folk e rap italiano. Contatti: paoloangeletti@outsidersmusica.it