Prinzhorn Dance School – Clay Class

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.2

7.2/ 10

di Chiara Rimella

Ci sono voluti 5 anni prima che i Prinzhorn Dance School producessero il loro secondo album: riesce difficile credere che tutto questo tempo sia stato necessario per uscirsene con un suono così spogliato di ogni fronzolo, ridotto a nudo scheletro. Certo per noi figlioletti putativi della Apple, che alla frase ‘Less is More’ siamo più che abituati, questo non è un elemento a sfavore. Il minimalismo va forte da un pezzo, ma per quelli abituati a vederlo declinato in chiave elettronica i Prinzhorn Dance School saranno una piacevole sorpresa. Nelle loro asciuttissime linee di basso, nei loop ossessivo-compulsivi di chitarra, e nella batteria di sobrietà assoluta non c’è niente di artificiale, nessun suono finto. Ciò detto, il risultato da loro ottenuto è molto artificioso, e volutamente tale. Il post-punk del 2012 porta con sè l’eredità della psichedelia ipnotica ma lascia da parte ogni virtuosismo; è fatto di materiale puro, rozzo, grezzo, di grafite puntuta. I rumori dei Printzhorn Dance School sono i rumori dello strumento in sè, il ritmo alla sua formula minima. Clay Class è un disco prinzhorn-dance-school-5010a47b9ae3bquasi tattile, scolpito in argilla e cera, in cui ogni traccia, incisiva sul momento, si mescola nella memoria con tutte le altre. Si apre con Happy in Bits, un nenia angosciante che si trasforma nel tono più sfacciato di Usurper, e poi nell’indie più convenzionale di I Want You, negli echi Joy Divisioniani di Your Fire has Gone Out e Crisis Team, nella depressione caustica dell’evidentemente autoironica The Flora and Fauna of Britain in Bloom, nei lunghissimi 6 minuti industriali e alienanti di Sing Orderly, contrappuntati dagli apparentemente infiniti 2 minuti della proto-marcia funebre di Right Night Kay West, per concludersi nella sospensione del giro che in Shake the Jar avrebbe potuto continuare ad oltranza. Non è facile ascoltare Clay Class tutto d’un fiato, il rischio è un’esperienza irritante e sconclusionata. Una volta entrati nella sua trance, però, si può facilmente rimanere prigionieri di un mondo elementare e sconvolgente, accompagnati da quella che potrebbe funzionare come colonna sonora di un’opera teatrale di Bertolt Brecht. Lo spunto germanico probabilmente non dispiacerebbe al duo inglese, composto da Tobin Prinz e Suzi Horn, che devono il loro nome allo psichiatra tedesco Hans Printzhorn, studioso dei collegamenti tra arte e malattia mentale. Più che patologia, però, i due inducono una defamiliarizzazione dai componenti fondamentali della musica che come tutte le defamiliarizzazioni è fastidiosa ma illuminante. Il primo marzo una data al 93 feet east di Londra inaugurerà un tour europeo che li porterà a Torino al Blah Blah il 18 dello stesso mese: vale proprio la pena di farsi incantare dalla versione britannica, allucinata e post-moderna dei White Stripes. Sul palco suonano una batteria in due, e se questa bizzaria non è sufficiente ad attrarre gli astanti, il fatto che producano la loro musica in una chiesa dismessa nella periferia del sud dell’Inghilterra dovrebbe essere l’elemento decisivo. Probabilmente soltanto ad andarli a vedere dal vivo si diventa più intellettuali per osmosi.

 

(20/02/2012)

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Chiara Rimella
Chiara Rimella

Editor of OUTsidersLDN & English student at Goldsmiths. I'm into alt rock, dream pop and mango chutney