[REVIEW] Pontiak – Innocence

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
6.5


Voto
6.8

6.8/ 10

di Davide Agazzi

140106-Pontiak

Dopo Breaking Bad e Grey’s Anatomy, da qualche anno è un’altra saga ad emozionare ed incuriosire il popolo americano. E’ quella dei Pontiak, il gruppo hard-rock della Virginia formato dai tre fratelli Carney, da tempo tra le proposte più chiacchierate oltreoceano in materia stoner-psichedelica. La storia, ormai nota agli appassionati, è quella che vede i tre ragazzi condividere tutto, dalla famiglia alla fattoria, fino alla passione per la musica.

Il loro ultimo capitolo, Echo Ono, del 2012, sembrava aver dettato in maniera sublime pregi e difetti del loro talento, preso in prestito da pesi massimi di ieri (Iron Butterfly e Kyuss) e da alcune realtà consolidate dell’oggi (Queens of The Stone Age, Black Mountain su tutti). A due anni di distanza, si ripropongono al grande pubblico con Innocence, un disco che non sposta di una virgola quanto dimostrato nel corso della loro carriera. La lezione imparata a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta dalle parti di Palm Desert viene qui rielaborata e proposta  in una delle sue forme migliori: da parte loro i Pontiak ci mettono dentro la solita e apprezzatissima centrifuga di riff e distorsioni, alternata a ballad elettro-acustiche tipicamente americane, come Noble Heads e Wildfires, per un disco che ha pochi punti deboli, ma altrettanti acuti. Purtroppo per loro  gli anni Duemila non sono forse il momento giusto per proporre certe sonorità: infatti a differenza di una ritrovata e consolidata scena garage-psichedelica, che ha saputo trovare una propria ubicazione storica e temporale nella California di Orange County e dintorni, l’hard-stoner del trio americano risente ancora di un passato troppo fresco, che non riesce a prendere le distanze da chi ancora non vuole mollare il proprio trono. Insomma, perché dover ascoltare i Pontiak quando i Queens Of The Stone Age di Josh Homme sono ancora in grado di pubblicare album come …Like Clockwork e riempire stadi interi? Una concorrenza forse poco affollata, ma di gran livello, per un genere musicale molto ristretto, che oggi non vuole conoscere mezze misure. Un bel dilemma per la telenovela più rock d’America: peccato, un altro bel disco che non avrà i giusti riconoscimenti.

(12/02/2014)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.