Pond – Hobo Rocket

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
6.5


Voto
6.3

6.3/ 10

di Lorenzo Goria

L’avventura psichedelica dei Pond comincia nel 2008 a Perth, da Nick Allbrook, Jay Watson e Joseph Ryan. (Semi)sconosciuti al grande pubblico, hanno sfornato 5 album in 5 anni, cambiando costantemente i musicisti ospiti, fino a diventare di fatto un collettivo con tre membri fissi. L’idea di base era quella di suonare qualsiasi cosa passasse per la testa, e infatti il sound del gruppo ha subito molte evoluzioni – fino a sfiorare l’indie – ma è sempre riuscito a mettere d’accordo tutta la critica. Come del resto tutti gli altri gruppi appartenenti alla vasta scena psych-rock di Perth, Tame Impala su tutti. Sui Tame Impala, di cui Jay Watson fa parte, molto si era detto in occasione dell’uscita di Lonerism, un disco che li ha consacrati a pietre di paragone di tutta la musica psichedelica australiana mettendo in ombra anche i Pond, troppo impegnati a divertirsi per diventare una band di primo piano.

In Hobo Rocket c’è un nuovo cambiamento. L’elemento psichedelico è prepotente e spesso esagerato, ma mescolato con improbabili elementi vintage origina momenti che sembrano tirati fuori dagli anni cinquanta, per poi sfociare con un salto ventennale nei ’70 dell’hard rock spruzzati di elettronica. Tanta carne al fuoco, forse troppa per un album che dura solamente mezz’ora, ma il risultato riesce a stare in piedi. Se non ci viene un gran mal di testa è solo perché questi ragazzi sanno bene il loro mestiere e stemperano ogni angolosità con riff di basso pieni di groove e schitarrate prese in prestito anche dai Led Zeppelin. E se ogni tanto Allbrook  si concede di cantare in falsetto o di piantare urla strozzate nel microfono, Hobo Rocket rimane fondamentalmente un disco facile e orecchiabile. La bassa fedeltà del suono – che ultimamente molti scelgono solo perché va di moda – si intona alla perfezione con lo stile degli Australiani, che non ci rinunciano nemmeno nel singolo di apertura Xanman.  In realtà né questo né  il secondo, Giant Tortoise  hanno qualche caratteristica che possa farli identificare come singoli: condividono con le altre cinque tracce l’amore per i testi nonsense e per l’improvvisazione sfrenata, e di conseguenza sono proprio l’opposto del radio-friendly. Complimenti per il coraggio. Il meglio viene lasciato alla fine, ovvero Midnight Mass (at the market st. payphone). Atmosfere sognanti e improvvise botte di adrenalina si rincorrono in un gioco ipnotico, e sfociano in un momento più dilatato, che si richiama direttamente alle loro maestà Pink Floyd.

Di solito si arriva ad un disco della maturità abbastanza in fretta, ma con i Pond non sono bastati sei dischi. Il bello è che a fare musica per divertimento (certamente non per le vendite, piuttosto esigue) sono riusciti a produrre un album veramente godibile. Non ha la stessa profondità di Lonerism, non li collocherà di certo alla parti con i Tame Impala, ma magari farà rimpiangere ai seriosi rivali un modo più spensierato di fare musica. Inferiore nella qualità, ma più calzante allo spirito del genere di cui entrambi sono esponenti.

(11/09/2013)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.