Plantaman – Whispering Threes

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Max Sannella

Tornate a casa dopo una giornata valanga e volete lasciare fuori il caos del mondo? Per caso, cercate un momento di relax “eterno” ma non sapete con che cosa lasciarvi andare? Questo “Whispering Threes” di Adam Radmall e Matt Randall – al secolo artistico Plantman – (e sempre coadiuvati dalla batteria morbida di Bryan Styles) è il disco panacea dei vostri crucci, un protagonista assoluto delle vostre esigenze di pace interiore che non vi deluderà nemmeno per un nano millimetro della sua indolente passeggiata stereo.

Il duo inglese infatti è tenutario di un fragilissimo folk-pop color carta zucchero, una stesura ariosa di ballatine e sospiri tramutati in musica che piacevolizzano senza mai annoiare; tutto è sottovoce, armonizzato come in un racconto di Folon e con i tratteggi leggeri e volatili delle poetiche field, di quelle che non mettono mai i piedi a terra, di quelle che sconfinano sempre e comunque al di là degli orizzonti sognanti; la tattica del duo inglese è quella di avvicinarsi all’ascoltatore con il passo lieve delle storie bisbigliate, quel senso di complicità intima che si potrebbe avere con l’amica del cuore, con la riconciliazione stilistica di Seabar, Galaxie 500 0 addirittura i Go-Between più trasognati e con una grazia diffusa di suonare cose sempre rispettose dei silenzi altisonanti.

Al secondo step discografico, i Plantman mantengono quella sensibilità lunare che lambisce – con l’andatura dei pensieri tenui – un ascolto rapito e a suo modo ipnotico, niente di trascendentale, ma quel dolciastro sincretismo di chitarre  e ritmiche gentili, una voce amica all’orecchio che racconta di amori e natura, e gingillini sonori a fare da contraltare che lasciano dietro il loro avvenuto passaggio, un sapore di dolcezza stranita, di quelle profumazioni che si ricordano anche dopo tanto tempo dal loro rilascio nell’aria; con la titletrack che si ammanta di una soffusa wave alla Cure, la tracklist procede con un fare di delicate tensioni, dagli arpeggini arcadici “Spirit of spell” alle spennate di acustica “Stickman”, dagli echi 60 “You wear the crown”, “Vini” alla pastorale piena di ossigeno “Lunaria” fino a scomparire nei fitti sentieri del bosco o nei boschi che i Plantman frequentano come piccoli e rinnovati Simon & Garfunkel travestiti da elfi “Melodica forest”.

Nessuna miracolistica sonora di settore, solo una stra-immensa manciata di minuti di rinascita interiore se non addirittura una eccellente dose di creatina sonante che- è proprio il caso di dire – allevia dal logorio della vita moderna.

(10/09/2013)

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Max Sannella
Max Sannella

Redattore.Parolaio e giornalista da 20 anni, tra note e distorsori, con l'Umbria come terra e la musica come amante.