Pjusk – Tele

Pubblicato il 2012/03/23 da
Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.2

7.2/ 10

Lo trovi su
di Zoe Cristina Vassallo
recensione

In uscita per Glacial Movements Records, etichetta italiana di Alessandro Tedeschi, “Tele” dei Pjusk è un percorso elettronico tra le calotte gelate nel Mar del Nord. Rendere visibile in ogni ascoltatore l’immagine gelida e artica della Norvegia potrebbe essere l’intento di Jostein Dahl Gjelsvik e Rune Andre Sagevik.
L’ambient per antonomasia dipinge scenari naturali, regalando una tradizionale idea paesaggistica: “Tele” dunque non smentisce tale definizione. Con Krystall (in norvegese “cristallo”) l’immagine predominate è il ghiacciaio, suggerita dalla possibile riproduzione strumentale di fragili bicchieri appena riempiti d’acqua, che rilasciano vibrazioni variegate e vitree, aggettivi associabili alla comune percezione che la traccia tenta di trasmettere.
Alcune composizioni prendono il nome da materiali rudimentali come “Skifer” (“Ardesia”, pietra sedimentaria),“Granitt” (Granito) che ipnotizza con i suoi ripetuti fremiti, “Flint” (Selce) o “Gneis” (Gneiss o Beola) e i suoi acuti sinistri. Qualsiasi strumento utilizzino i Pjusk, riescono a eseguire suoni atmosferici fedeli, talvolta scontati, ma immediati e viscerali, senza rifletterci troppo. Non è semplice riprodurre le note perfette della Natura, legittima e dovuta è l’influenza minimal techno. “Kram” (Bagnato) forse fatica un po’ a rendere l’idea (almeno a primo ascolto) dell’umido a cui siamo abituati. Nessun rumore di pioggia, solo fruscii e soffi indefinibili. “Tele” è’ un album soggettivo-riflessivo, difficile da descrivere se non per la diretta e diffusa ispirazione nordica. Così come questo ultimo progetto può essere spunto per ripercorrere immagini personali, lasciando all’ascoltatore la libertà di associare idee più o meno attinenti al contesto/titolo.
Discorso a parte va fatto per “Polar”, ultima delle nove track; il titolo assomiglia ad una premessa, vi si ritrova lo stesso boato di “Gneis”, somigliante alla sirena di una rompighiaccio in uno spazio immenso, dove si libera l’eco che, al contrario di “Gneis”, cresce e decresce durante la traccia.  Al minuto 3:11 vortici di ignote e nette percussioni liberano e portano alla conclusione l’ultimo loro “rigido” lavoro.


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Zoe Cristina Vassallo