PJ Harvey – Let England Shake

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
7.7

7.7/ 10

di Matteo Monaco

Dove finisce l’Inghilterra, e dove iniziano le distese di sole e di rabbia? PJ Harvey è tornata, insieme all’irruenza di To Bring You My Love e ai cortocircuiti psicologici che segnano l’identità di artista poliedrica. Come della sua Gran Bretagna, e del santuario che ha aperto i battenti alla cantastorie, per la registrazione di un album tanto inaspettato. Perchè si tratta di confini, di modi di dire, quando ci si accosta ad un probabile concept intorno alle tragedie belliche, attendendo minuti di distrazione e banalità, e preparandosi ai simbolismi di precarietà folk, suggeriti dallo storico esercito di autori con chitarra scordata e voce rotta dall’emozione. Invece, ti ritrovi con un piede sui verdi prati all’inglese, a godere della rugiada pop di The Last Living Rose, e con l’altro nell’inferno (dolce) di The Glorious Land, e cominci a riprendere in mano la custodia, con qualche consapevolezza in più. Come sottolineato dalla stessa Polly Jean, stavolta Patti Smith e le androginie non c’entrano nulla, e le imitazioni post-ribelliste si possono lasciare a chi porta maglioni bucati per scelta.

Forse perchè il mondo non più è lo stesso dei tempi del Vietnam, i Creedence Clearwater Revival non cantano più e Platoon rimane impolverato tra un VHS e l’altro. I buoni e i cattivi si mescolano, e con loro i propri segni distintivi, le coccarde e il disonore, perfino i passaporti. Poche persone nate e cresciute nel Dorset, come PJ, possono vantare di aver collaborato alle Desert Sessions di Josh Homme, nel deserto del Mojave, e pochi di più collegano la patria di Sua Maestà alle truppe addestrate al combattimento desertico, in Medio Oriente. Per una volta è facile abbandonare i pregiudizi, perchè la prima a farlo è proprio Polly Jean. Dismessi i panni di autrice impegnata e abbandonati i canoni stilistici più tipici (e temuti) per un’opera di riflessione, rimangono solo le parole e la propria storia. Difficile mentire, senza un copione, e Let England Shake si dimostra spontaneamente sincero nella sua raffinata complessità. C’è di tutto, nei suoni riecheggianti blues e nei cori cantati a mezza voce, a partire dalla decennale amicizia con Nick Cave fino al sopracitato influsso anglo-americano del pop da canzonetta, riveduto e corretto nell’ossimoro con i testi.

http://youtu.be/TLiWdUhGQpE

Nel flusso di coscienza storico-musicale della cantante di Yeovil, le  flebili suggestioni elettroniche sposano il folk, in una fiaba di orrore e morte mai urlata. Tanto da lasciare interdetto l’ascoltatore medio, assorto nelle sonorità delicate e ignaro dei racconti declamati da PJ. Ancora una volta, l’inaspettato fa visita in Let England Shake. Un’opera in definitiva scomoda, e solida nella cifra artistica di un rinnovamento dell’intero genere, mentre pubblico e critica si uniscono nell’urlare al capolavoro. Del quale forse manca l’epica, e la sensazione di unicità, in favore di una apertura verso un nuovo modo di cantare la guerra. Senza vittime e senza carnefici, l’impegno e l’arte nel 2011 possono emozionare senza artifici, con la sola forza della musica. Ma il meglio deve ancora arrivare.

(30/12/2011)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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