PIL – This Is PIL

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
7.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Matteo Monaco

Sempre che poi sia vero. Perchè il titolo-manifesto dell’ultima fatica firmata Lydon e soci, This is PIL, più che una conferma del glorioso passato sembra da subito una boutade per nostalgici. Andiamo con ordine.
John Lydon, alias Johnny Rotten, torna a far parlare di sè e dei PIL nel 2010. Come espresso in più di un’intervista, la sfacciataggine palleggia con la sincerità, quando il frontman ammette che le bollette non si pagano da sole. Le royalties non fruttano abbastanza e i conti in rosso, raggiunta una certa età, non incoraggiano più nessuna guerra al sistema. Strano, sopratutto se ci si riferisce al maestro del punk. Un maestro del punk, in un mondo ideale, dovrebbe sputare sulle bollette, oppure dichiarare guerra alla società telefonica. Insomma, se no siamo tutti dei veri rocker a fare la fila in posta con i bollettini da saldare.
Tant’è, il disco è arrivato. Trent’anni dopo il capolavoro Flowers of Romance, trenta anni di possibili giustificazioni e di cambiamenti. Partendo dalla formazione, stravolta dagli arrivi di Lu Edmonds dei Damned e di Bruce Smith dei Pop Group. Questi ultimi, due acquisti di valore indubbio che, a disco ancora chiuso, non mancano di accentuare la sensazione di pre-pensionamento collettivo.
I lati positivi, tolta la pellicola, non tardano comunque ad arrivare: si respirano gli anni ’80 in The Room I Am In, mentre Human rinnova le coordinate del rock malaticcio e affascinante di cui Lydon è principale alfiere. Non così le varie Reggie Song e Deeper Water, diverse nella loro inconsistenza solo per gli spunti testuali. Pare che il calderone dei “vecchi leoni” abbia riservato qualche buona sorpresa, come il fascino nervoso di Fool, concentrandosi sul lavoro di lima riguardo alle liriche. Da ricordare, tra le citazioni, il ripetuto richiamo di Lydon ai suoi natali sul Tamigi: “I’m from London, but doesn’t really matter where you’re from, you can be anyway a better person”.
Tirando le somme, le premesse rischiavano di rovinare un disco discreto. O forse l’hanno già fatto, per chi come noi si è avvicinato con qualche ostilità ad ciò che pare una specie di re-issue, insospettiti dall’odore di opera per beneficenza. Eppure i nuovi, rimaneggiati PIL possono fregiarsi di possedere ancora la marcia in più. Quella che a sessant’anni suonati non riporterà al grande successo, ma potrà evitare loro un definitivo oblio.

(24/05/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.