Phillip Phillips – The World from the Side of the Moon

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
5.0


Voto
5.3

5.3/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

Tutto, in Phillip Phillips, contribuisce a rendermelo particolarmente antipatico. Dal nome fastidiosamente allitterante, al sorriso intelligente, a quello sguardo che indica una boriosa consapevolezza di sé mascherata da una stonata modestia, Phillip Phillips non riesce a convincermi. Poi c’è, a gravare su di lui come una spada di Damocle, l’elemento biografico, il fatto che a maggio il baldo giovane di Leesburg (GA) abbia vinto l’undicesima stagione di American Idol, il notissimo -e magistralmente messo in ridicolo in quel capolavoro che è American Dreamzcontest televisivo statunitense che ha partorito gente come Carrie Underwood e Kris Allen. Il giovane Phillip, ottenuto un notevole successo mediatico, non ha quindi perso tempo e si è lanciato nella registrazione e produzione dell’album di debutto, The World from the Side of The Moon, il cui titolo si avvicina pericolosamente a quello di un classico della storia del rock che non occorre nemmeno citare.

Proponendosi (già dalla copertina di The World… lo si intuisce) come musicista genuino e senza orpelli, a Phillip Phillips piace essere assoluto protagonista delle sue canzoni, dando grande risalto ad una voce che spesso (e ingiustamente) è stata paragonata a quella di Dave Matthews, del quale ha anche interpretato The Stone. Chitarrista mediocre, egli tenta con questo lavoro di inserirsi nella scia di quei giovani artisti statunitensi (come Ryan Bingham, Joshua James o Josh Ritter) che riescono bene ad amalgamare una musica più tradizionale americana con influenze moderne, ma finisce per essere l’ennesimo prodotto di quel ciclo produttivo che parte con la selezione ad un concorso televisivo e finisce con la stipulazione di un contratto con una delle maggiori case discografiche del paese. Omologazione assicurata. Se del talento c’è, soprattutto da un punto di vista tecnico (vista una buona estensione vocale e l’abilità di creare melodie orecchiabili), il vincitore di American Idol manca totalmente di creatività, come si può ben evincere dall’ascolto dell’album, che attinge a piene mani sia dalla tradizione neo-folk (i Mumford & Sons primi su tutti) sia dal pop contemporaneo di media qualità (il già citato Dave Matthews, ma anche i Counting Crows e i Fray). Le tracce, delle quali sarebbe inutile una rassegna, si ripetono uguali andando a formare un prodotto che, per quanto immediato nell’ascolto, alla lunga risulta pesante: dalla sospinta Home, con la quale ha ottenuto l’incoronazione ad American Idol, alla più malinconica Hazel (pezzo migliore dell’album, insieme a Wicked Game), lo schema è sempre lo stesso e la ricetta anche, fatta di virilità maschile, alternanza di momenti lenti a vere esplosioni vocali e chitarra rigorosamente acustica come controparte del cantante. Se questa, parafrasando il titolo dell’album, è la visione che si ha dalla superficie lunare, beh, allora forse è meglio che ce ne stiamo sulla Terra, che per quanto imperfetta e spesso deludente, non è mai scontata.

(04/12/2012)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.