Philip Glass – Rework: Philip Glass Remixed

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Simone Picchi

Esistono diversi modi per festeggiare il compleanno. Chi si regala un viaggio, chi dà una festa in un locale o, nel caso di un musicista, magari essere l’intrattenitore della festa. Mr. Philip Glass per le sue settantacinque candeline ha deciso di regalare la sua musica, le sue opere a qualcun’altro, in modo da dare nuova linfa ed interpretazione ad esse. Compositore di sinfonie, accompagnamenti classici, opere teatrali, musica sperimentale, colonne sonore, qualche esperimento con ad artisti dell’arte visuale e collaborazioni con David Bowie. Sicuramente uno dei compositori più influenti degli ultimi venticinque anni, che ha fatto del ritmo e della ripetizione i punti cardine della sua musica. Philip Glass per questo disco si è avvalso della collaborazione di produttori ed artisti che spaziano dall’ambient, downtempo/chillout, techno/house minimalista, fino ad arrivare ad un’icona popolare come Beck (autore del riarrangiamento più lungo del combo, NYC: 73′-78), una suite sviluppata in più fasi con l’accompagnamento della sua voce a là Sigur Ròs, sorprendente quanto lontana dai suoi standard compositivi. La maggior parte del materiale è stato ripreso dalle opere più familiari per il pubblico di Glass. Trovano infatti spazio tracce di Glassworks e del più recente Einsten On The Beach appositamente “addobbate” per l’occasione in versioni più o meno fedeli all’originale. Difficile poter descrivere un ventaglio così eterogeneo di generi, allora è meglio concentrarsi sulle tracce, tra cui spiccano per freschezza “Rubric” (remixata da Tyondai Braxton, figlio del polistrumentista jazz Anthony) che rende l’originario tono classicheggiante più moderno e frizzante, Warda’s Whorehouse dell’ottimo Amon Tobin e Music in twelve parts, Part 1 di My Great Ghost. Il fiore all’occhiello del lotto però viene dall’Oriente, sotto il monicker Cornelius,  con la Opening contenuta in Glassworks (1982), il pianoforte la fa ancora più da padrona trascinandoci in un’ambiente più romantico e meno sintetico, spezzando il ritmo e concludendo idealmente il primo CD che compone l’opera. Tra il pubblico di Philip Glass, c’è chi vede questo Rework: Philip Glass Remixed come il sacro, e chi invece come il profano. Eppure il fatto stesso di cedere la propria musica in mani altrui, scommettendo sulla novità e sulla creatività di altri grandi artisti, è un atto che è stato ripagato abbondantemente dai risultati.

(14/01/2013)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.