Peter Cincotti – Metropolis

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
5.0


Voto
6.0

6/ 10

di Eugenio Goria

Uscito nel mese di maggio, il nuovo lavoro di Peter Cincotti, quarto nella sua carriera, rappresenta un importante punto di svolta, segno di un allontanamento ormai molto marcato dall’immagine del ragazzotto seduto dietro il pianoforte a suonare i classici del jazz. Certo, la popolarità raggiunta in Europa con il disco precedente deve avergli fatto bene se ha deciso di continuare sulla strada del pop, con beats impazziti, ritmiche funky e un’attitudine da Robbie Williams. Deve essercene voluta di strada per uno che era considerato in America una sorta di novello Frank Sinatra, ma anche in quei felici anni del suo esordio diciottenne, c’era qualcosa che non andava: “Ero circondato da un sacco di persone che vogliono farti ripetere sempre le stesse cose -racconta – vogliono farti fare sempre lo stesso pezzo, ancora e poi ancora. Anche nel mio primo album, ho sempre cercato un approccio personale al jazz: la musica è creare, non ripetere”.

Il successo europeo di On the Moon, non ha fatto che accentuare questa sorta di fuga dal centro, là dove il centro è rappresentato dalla tradizione che sta alle spalle di ogni cantante jazz. Metropolis non è che un passo avanti in questa direzione. Il disco nasce come un racconto di gioie e dolori dell’esperienza urbana: “Il disco intende rappresentare come viviamo ora. Non riguarda una città in particolare, ma piuttosto un paesaggio. Volevo che ogni canzone sembrasse un quartiere di Metropolis, e che la storia dietro ogni canzone sembrasse accadere contemporaneamente alle altre”.

Il disco si apre con una poderosa title track, fatta di un beat piuttosto pesante che sa molto di power pop. Passando per un buon pezzo alla Maroon 5 come Do or Die, finalmente Take a Good Look regala una bella intro di pianoforte che fa da trampolino di lancio per un pezzo emotivo e nel complesso ben scritto. Nothing’s enough è forse il brano migliore dell’album, con un sapore funk e una ricchezza di suoni tale che si dimenticano facilmente le numerose sbavature esageratamente teen-pop che qua e là fanno storcere il naso; molto gradevole la reminescenza degli anni Sessanta con un finto hammond che arricchisce molto la gamma sonora del brano.

La cosa più jazzistica di Metropolis è sicuramente il suo essere a modo suo un concept album, ed è molto raro trovarne in questo electro pop che rappresenta la ultima frontiera di Peter Cincotti. Di fronte a ottime doti canore, musicali e compositive, però, è impossibile non storcere il naso di fronte a brani e testi che forse strappano le lacrime a una ragazzina, ma, come tutta la musica commerciale, non scrivono la storia. Sia come sia, sempre in un’ottica di musica comerciale, il disco è perfettamente riuscito, e anzi ha una marcia in più rispetto a certe oscenità finto indie che si sentono di questi tempi, ma se nel jazz anche un autore emergente, se talentuoso come Cincotti, può ritagliarsi una propria nicchia di popolarità, nel mondo del pop si entra in gara con colossi come Rihanna e compagnia, ed è molto più difficile stare a galla.

(14/07/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.