[REVIEW] Pet Shop Boys – Electric

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
8.0


Voto
7.0

7/ 10

di Matteo Monaco

Fermi tutti: chi si ricorda i Pet Shop Boys dell’anno scorso? Se c’è qualcuno, non è il caso di definirlo fortunato. Perchè Elysium – il polpettone elettro-pop da pensionamento anticipato – aveva chiuso più di un portone sul futuro della gloriosi Boys inglesi, asfissiando l’atmosfera con l’umore basso e le idee pre-incartate che non avrebbero sfigurato in una delle peggiori prove di Madonna. Ma insomma – ci si era detti – il tempo passa per tutti, e nel calderone ammazza-vecchi del circuito pop bisogna azzeccare più che altrove il giusto battito delle lancette.
Ci siamo già arrivati, no? Buona parte di questo discorso è da prendere e gettare nel secchio degli abbagli: perchè i maestri albionici l’anno scorso ci hanno fatto un bello scherzo e già li vediamo ad indicarci, ghignando sotto i baffi e stringendo la copia del nuovo Electric. Che è l’album nuovo, o in altre parole una delle migliori prove nella categoria “old but not dead” di questo 2013. A buon titolo, considerando il lavoro di aggiornamento che questo Electric trasuda in ogni loop. Chris Lowe e Neil Tennants, da buoni padrini della scena elettronica inglese, stavolta non sono rimasti a sfogliare l’album dei ricordi. Anzi, più probabilmente qualche concittadino – che stavolta sì, potremmo definire fortunato – se li sarà ritrovati al proprio fianco durante qualche battaglia underground a colpi di electro e di post-dubstep. Sono passate le “ere imperiali” e i record di permanenza nelle charts di vendita – perchè questa resta l’epoca di Rihanna e dei talent show – ma non passa la buona ricetta del passato: la grande impronta vocale a dirigere l’orchestra di sintetizzatori, il poderoso impianto techno a sorreggere un’impalcatura che ha fatto la storia del pop sotto la bandiera dell’Union Jack. Indicativo in questo senso è il climax irredento di The Last To Die, sotto il quale si respira l’umidità di  Londra ad ottobre, o l’azzardo french di Love Is a Bourgeois Construct, che mescola con intelligenza le sonorità eighties con i vezzi danzerecci del nuovo decennio. Ma è con la roboante sfuriata di Shouting In The Evening che tutti i nodi di Electric vengono al pettine: sembra Skrillex ma sono i Pet Shop Boys, e questo non è il 1983. A chi interessa più, però? Lasciate da parte la classe, la tecnica, l’esperienza, perchè sono gli argomenti con cui si giustifica una noia che qui non compare mai. I Ragazzi inglesi non possono (e non vogliono) ringiovanire, allo stesso modo in cui le signore attempate non si fanno trascinare a mettere la gonna corta: guai, però, a credere che non facciano più festa come ai tempi belli.

(17/07/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.