Pere Ubu – Lady From Shangai

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.5


Voto
6.5

6.5/ 10

di Lorenzo Goria

Il post-punk è stato uno dei movimenti di più larga diffusione e più basso impatto di tutta la storia della musica. Nato sul finire degli anni ’70 al termine dell’epoca d’oro del rock, non ebbe la spinta per diventare più di un fenomeno di sottocultura underground; il massimo che si può sperare al giorno d’oggi è che una Virgin Radio citi il nome di Nick Cave tra i “grandi” della musica senza scomodarsi a specificare in cosa consistesse questa sua grandezza. E nonostante l’ostentata indifferenza del grande pubblico e di parte della critica molti complessi hanno continuato imperterriti a produrre dischi fino al giorno d’oggi.
I Pere Ubu sono tra questi. Alfieri della musica d’avanguardia degli anni Ottanta, sono stati tra i più promettenti della loro generazione, ma quanto a successo di pubblico, soppiantati molto presto dalla ben più lucrosa musica disco. Non che questo abbia impedito loro di arrivare al 2013 con tredici dischi all’attivo, e di pubblicare in questo mese la loro ultima fatica. Lady from Shangai è un disco grintoso, pieno di voglia di mettersi in gioco e di innovare ad ogni livello. I testi, tra il demenziale e l’onirico, sono sempre affascinanti e gli arrangiamenti portano il marchio di fabbrica di David Thomas ancora chiaro e netto. In una corsa frenetica alla ricerca del nuovo, i Pere Ubu sfornano 11 tracce che urlano tutta la loro voglia di dimostrare di essere ancora in pista dopo trentacinque anni di carriera. Ma l’impeto si frena nel momento in cui bisogna scegliere la strada dell’innovazione in favore della continuità artistica. Thomas sceglie di tenere i piedi in due scarpe: non rinunciare al vecchio feeling post-punk e aggiornarlo con spolverate di elettronica e passaggi noise e marcatamente cacofonici. E così vieni fuori un disco bifronte, un po’ contraddittorio nel  proporre come innovazione nel 2013 l’innovazione del 1978. Il fascino “avant-garage” si mantiene comunque intatto, così come l’abilità quasi mai discutibile dei musicisti. Dico “quasi mai” perché solleva seri dubbi l’utilizzo della batteria in gran parte del disco. Le parti ritmiche sono talmente semplificate da sembrare inconcepibili, le percussioni a volte inesistenti. Qualunque fosse il significato della scelta, è un significato che non arriva all’orecchio dell’ascoltatore. Anzi, contribuisce ad aumentare i tratti dilettanteschi del disco – l’uso dell’elettronica è un altro esempio. Una prova di quanto nel tentativo di aggiornarsi per essere sempre e costantemente un passo avanti agli altri i Pere Ubu si dimostrino involontariamente ma definitivamente fuori tempo massimo.

(25/01/2013)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.