Dismaland: il Luna Park di Banksy dove non esiste il lieto fine

di Mattia Nesto

Dismaland di Banksy è la più grande opera dell’umanità dai tempi dell’Anfiteatro Flavio…

Chi sia Banksy è cosa nota praticamente a tutti. Da qualcuno definito “il Picasso del mondo moderno” l’artista britannico di cui nessuno, o pochi, pochissimi intimi conosce la vera identità. Ma si sa, nel mondo virtuale e liquido in cui tutti quanti noi siamo immersi, il volto, la faccia dell’artista poco conta, quello che davvero è importante è il personaggio, anzi per meglio dire l’icona artistica che trasuda il nome di Banksy.

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Ecco perché la notizia, riportata sui quotidiani, riviste e siti di tutto il mondo, del fatto che sulla spiaggia abbandonata “Tropicana” sia sorto “Dismaland” (che si potrebbe tradurre con “Tetroland”) il contro-parco di divertimenti firmato da Banksy ha qualcosa di incredibile. Perché l’artista conosciuto soprattutto per i suoi murales, che come “funghi illegali” spuntavano un po’ ovunque sui muri delle città del mondo, ha ora fatto un salto di qualità iperspaziale: un’installazione dalle proporzioni mastodontiche, grande quanto un luna park, con tanto di personale di sicurezza addetto a far entrare i visitatori. Ma cos’è questa Dismaland, già dal nome sorta “? È un viaggio onirico e fiabesco nell’incubo, la plastificazione dell’immaginario di Banksy, profondamente imbevuto da una rilettura sui generis dell’universo di Walt Disney.

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Infatti è indubbio come l’artista britannico sia stato influenzato dai miti e personaggi disneyani che vengono qui completamente stravolti. Ecco che il castello che compone il logo Disney viene riprodotto come una sorta di immondo capannone post-industriale in cui, scortati da alcuni membri di quello che parrebbe un servizio di sicurezza (con tanto di pettorine fluo), all’interno si assiste, in un buio interrotto solo da alcuni sprazzi di luce, allo scontro mortale della “carrozza delle meraviglie”, una Cenerentola che ricorda la Lady Diana colta nell’ultimo capitolo della sua vita, quello pieno di morte e flash dei paparazzi parigini.

Prendere un mito positivo per bambini e stravolgere per denunciarne l’assurdità morale, l’obsolescenza dei contenuti e la mancanza assoluta di verità: ecco il gesto punk e cubista di Banksy. Dismaland non è un non-luogo, ma è un contro-luogo, una nemesi artistico-concettuale.

Banksy è punk perché sovverte le regole e l’estetica, Banksy è cubista perché scopre nuove realtà e nuove dimensioni. Così anche la pista delle navi radiocomandate diventa un orrido specchio d’acqua in cui galleggiano alcuni pupazzetti che raffiguravano i migranti che in quest’estate di morte hanno perso la vita tra una sponda e l’altra del mare Mediterraneo. E infatti un barcone, stracarico di marionette dal volto stanco e sfatto, attraversa il laghetto, simbolo dell’eterno dannarsi delle persone che scappano. Nonostante l’immaginario sia sgradevole e, in un certo qual modo, urticante Dismaland ha un fascino tutto suo, fortissimo, che non può lasciare indifferente né il visitatore né l’utente che spia qualche immagine o spezzone di filmato dall’internet.

Da sottolineare anche come, proprio per il fatto stesso che Banksy abbia ricorso al “parco di divertimenti a tema”, egli si inserisca perfettamente nella logica capitalistica. Normale quindi che dall’arte, quasi senza accorgersene, si scivoli nel più puro entertainment. Certamente è vero che Banksy è l’artista antisistemico per eccellenza ma il suo grande successo è dovuto anche al fatto che, pur criticandolo, l’artista britannico “non si fa fuori dal sistema, ne diviene parte ma a suo modo”. D’altro canto anche l’Anfiteatro Flavio era un enorme circo nato e pensato per drogare le menti dei romani e obliarle dalle faccende politiche: ave glorioso entertainment!

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È un po’ come se Banksy avesse superato il confine che un, ideale o reale fate voi, Tim Burton non ha mai varcato: è andato al di là della semplice gigionesca presa in giro degli stereotipi delle fiabe e dei racconti per bambini, sottoponendoli ad un radicale ristrutturazione. Dalla fiaba si è passati al racconto horror, dall’idillio all’incubo, dalla fantasia alla realtà. E questa orrorifica realtà d’incubo ci appare tanto trasognata, grondante arte e stile. Banksy ce l’ha ancora una volta fatta: ha torto la realtà per farla aderire alla sua fantasia. E senza neppure un Millenium Falcon sotto il suo augusto deretano. Ecco perché Dismaland è l’opera più importante dai tempi dell’Anfiteatro Flavio: perché solo un uomo “augusto” come Banksy avrebbe potuto portare avanti l’opera di un Flavio.

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Se l’ultima cultura prodotta dall’Occidente è la cultura pop allora Banksy decreta qui la morte dell’Occidente, in un crepuscolo degli dei dove, ormai, tutti quanti sono sono mortali e un po’ puzzolenti e tetri.

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Photo by Christopher Jobson for Colossal

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Photo by Christopher Jobson for Colossal

(26/08/2015)

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Mattia Nesto

Fa’ che la morte mia, Signor, la sia comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando