Paul Weller – Sonik Kicks

Scheda
Rispetto al genere
5.5


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
6.0


Voto
5.5

5.5/ 10

di Chiara Rimella

Dalla nostra corrispondente a Londra

Torna alla riscossa il Paul Weller nazionale, che conta praticamente tanti figli quanti album alle spalle. Sonik Kicks è la sua 11esima impresa solista dopo esser stato il leggendario membro dei Jam e poi degli Style Council. Di figli ne ha appena 7, da 5 donne diverse, di cui due gemelli appena sfornati alla beata età di 53 anni. Da una figura così indissolubilmente legata alla tradizione e all’immagine tardi anni ’70 uno s’aspetterebbe un album conservatore, una riconferma di tutto il bagaglio musicale che ha portato Weller ad esser soprannominato il ‘Modfather’. Invece di Mod, o se è per questo di Mod-revival o Brit Pop c’è ben poco in questo suo nuovo exploit, se non un paio di collaborazioni con Graham Coxon dei Blur e Noel Gallagher in alcune delle tracce. Al contrario, quel che viene fuori principalmente è la sua fascinazione per i suoni elettronici da primi anni novanta ed uno strascico della sua riscoperta del New Wave (uno dei suoi nuovi pargoletti si chiama Bowie mica per caso). Ma non solo questo: Sonik Kicks è un pot pourri di ispirazioni, tendenze diverse, tensioni tra passato e futuro. Anche se – o perchè ormai – ultra cinquantenne, Weller si è buttato in una fantasia sci-fi dal tocco tutto sommato un po’ vintage, da Star Trek degli albori, con laser, loop psichedelici e il pacchetto tutto compreso.

Alla gran faccia della crisi di mezz’età, l’album si apre con un pezzo forte come Green, dotato di un’elettronica tutta alla Bloc Party. Ma l’umore subito cambia con The Attic, uno scanzonato pezzo indie che non si direbbe frutto di una collaborazione col grugno di Noel Gallagher. Kling I Klang è l’occasione del primo vero shock di questi 45 minuti di disco: tutto d’un tratto eccoci buttati in una rapida escalation di ska/balcanica, subito contrappuntata da Sleep of the Serene, uno strumentale ambient allucinato che avrebbero potuto scrivere i Sigur Ros se fossero un po’ più truzzi. Un’intervallo di relativa convenzionalità rock cantautoriale si distorce ancora nella bossanova latino-americana di Study in Blue, un duetto con la nuova moglie venticinquenne Hannah Andrews che purtroppo non ha tutta la sensualità e carica erotica di una Jane Birkin. Dall’organo di Coxon in Dragonfly non ci saremmo mai aspettati uscire suoni che si sposano con loop da navicella spaziale di dubbissimo gusto. Ma le svolte non finiscono qua: Around the Lake con i suoi organetti alla The Horrors è più spiccatamente dark-wave, dopo un’attacco con delle percussioni Africane Drifters si trasforma in un pezzo che ricorda il flamenco-rock dei Muse di Black Holes and Revelations. E poi Weller cambia continente di nuovo, si butta in Paperchase che sembra una fiaba delle Mille e una Notte messa in musica elettronica, per finire con tanti buoni sentimenti, e tanti figlioletti (i propri) che se la cantano su Be Happy Children. Insomma, alla fine di questa maratona universale tenuta insieme da un filo conduttore fatto di synth e pastiche elettronici, è facile sentirsi un po’ spiazzati. Certo l’esperienza si rivela piena di sorprese, ma sono sorprese quasi ansiogene, come se Weller non fosse capace a star fermo e volesse dimostrare l’energia e l’ecletticità di un cucciolo entusiasta. Ma alla fine in mezzo a tutto questo scodinzolare si fa fatica a trovare qualcosa che valga la pena veramente. E’ un po’ come quando a 7 anni si giocava a Tekken pigiando tutti i tasti velocissimo e un po’ a caso – qualche effetto si sortiva, a volte anche mosse spettacolari e inaspettate. Ma certe volte, per rimanere in questa colta metafora, basterebbe conoscere la mossa segreta di Yoshimitzu per tirare non tanti Calci Sonici, ma solo un colpo ben assestato.

(07/04/2012)

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Chiara Rimella
Chiara Rimella

Editor of OUTsidersLDN & English student at Goldsmiths. I'm into alt rock, dream pop and mango chutney