Paul Mc Cartney – Kisses on the bottom

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
5.0


Voto
5.7

5.7/ 10

di Eugenio Goria

Sembra essere un vezzo dei musicisti prossimi alla pensione quello di rimestare nei vecchi oldies goldies per racimolare ancora qualche applauso, che il più delle volte è dettato più dall’affetto del pubblico che dal senso critico degli ascoltatori. E come poteva fare eccezione il volto confomista dei Fab Four? Questo suo nuovo Kisses on the bottom, che giunge a distanza di cinque anni dal precedente Memory almost full, nulla aggiunge e nulla toglie a quello che già si conosceva di Paul Mc Cartney.

A penalizzare il disco prima ancora di togliere il cellophane è la discutibile scelta di un repertorio inflazionato come i vecchi successi dell’America degli anni Trenta, che trasudano quel mood caldo e fumoso che tutti abbiamo imparato ad apprezzare dai dischi di Fats Waller e di Ella Fitzgerald. Il motivo? Questi sono i brani che per Paul hanno un innegabile valore affettivo, i brani che suo padre ascoltava nella loro casa di Liverpool, prima che la rivoluzione del rock and roll li facesse definitivamente passare alla storia. E proviamo un po’a pensare chi c’era a capo di quella rivolta.

Tuttavia, se ci si dimentica che il disco l’ha inciso Mc Cartney, è pur sempre un bel sentire: l’apporto fondamentale del pianoforte di Diana Krall, e la partecipazione di ospiti del livello di Eric Clapton – altro campione dello sciacallaggio – e Stevie Wonder fanno sì che le quattordici tracce scorrano veloci e tutto sommato piacevoli, in cui si nota una prestazione vocale di Mc Cartney decisamente di alto livello in tutti i brani: I’m gonna sit down and write myself a letter ci rivela timbriche altamente inusuali per il nostro baronetto, che sembra guardare dritto a Billie Holiday. Lo stesso, fa sempre piacere riascoltare It’s only a paper moon, ma se tutto questo mette voglia di mettere Ella Fitzgerald nel giradischi, forse non è abbastanza. A questo si uniscono poi altri brani leggermente meno interessanti come Get yourself another fool, in cui sembra proprio di risentire Bublé. Molto meglio l’arrangiamento e l’esecuzione di The inch worm, che sembra strizzare l’occhio ai Sixties.

Si tira finalmente un sospiro di sollievo quando si arriva a uno dei due inediti, My Valentine, in cui compare, inconfondibile, la chitarra di Clapton: il brano è senza dubbio molto riuscito, perché si inserisce alla perfezione nell’atmosfera creata dagli altri brani, ma finalmente riesce a far sentire qualcosa di nuovo e di moderno. Lo stesso vale per la traccia conclusiva, Only our hearts, in cui appaiono evidenti reminescenze Beatlesiane, un po’ingrigite dal peso degli anni. Se poi il tastierista è Stevie Wonder, può anche scenderci una lacrimuccia. Di nostalgia.

È sempre difficile dire male di un bel disco, soprattutto se compaiono ottimi musicisti e pure un ottimo cantante: sarà sufficiente dire che è poco interessante. Se musicisti più giovani come Jamie Cullum o Bublé sono in grado di guardare con occhio più smaliziato a un repertorio di questo tipo, lo stesso non vale per uno stanco Paul Mc Cartney, che non riesce a proporre più nulla all’infuori di se stesso, icona vivente del rock.

(31/01/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.

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