Passion Pit – Gossamer

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.3

6.3/ 10

di Redazione

Michael Angelakos dei Passion Pit, ha affermato in una recente intervista di lottare contro i suoi disturbi bipolari da quando aveva 18 anni. La sofferenza che la sua condizione gli ha imposto, è stata accentuata con l’arrivo della fama dopo il fortunato debutto Manners. Forse è per questo che il secondo album della band di Boston arriva dopo quasi tre anni di gestazione, un’eternità per gli standard odierni che impongono la pubblicazione di un album all’anno, durante i quali evidentemente il cantante ha dovuto innanzitutto prendersi cura della sua salute mentale. Questo album, diciamolo fin da subito, non è un capolavoro indimenticabile come indicato da molta parte della critica. E’ senza dubbio interessante, per quanto riguarda le tematiche trattate (prevalentemente oscure e che sanno di male esistenziale), e l’originale contrasto creato da una composizione squisitamente pop. Il punto a sfavore dell’album è purtroppo la sensazione che si abbia voluto esagerare un po’ troppo nella produzione, riunendo in un solo disco troppe idee differenti e incompatibili fra loro. In apertura di Gossamer troviamo Take a Walk, pezzo molto bello e di denuncia politica sul tema immigrazione. A seguire arriva la dance-pop di I’ll Be Alright, con la quale il focus si sposta nuovamente sui tormenti personali del cantante Michael. Seppur siano pezzi interessanti per sonorità e testi, queste prime due tracce non sembrano trovare alcuna connessione tra loro e questo sembra accadere spesso durante l’ascolto di questo disco. La traccia migliore è Constant Conversations, in cui i ritmi rallentano e le melodie flirtano con il soul. A seguire Mirrored Sea arriva frenetica e diretta per esplodere in un ritornello in stile MGMT in cui la voce di Angelakos viene filtrata e suona piacevolmente robotica. La sobria traccia conclusiva, Where We Belong, in cui il cantante confessa in musica il suo tentativo di suicidio quando aveva 19 anni, trova la giusta collocazione e si presta alla perfezione come epilogo di questo lavoro. In una intervista su Pitchfork, la band ha raccontato come il processo di registrazione di questo album sia spesso stato complesso e si sia dovuto ricominciare spesso tutto dall’inizio. Non sorprende che questo Gossamer spesso appaia troppo elaborato e prodotto, e le melodie a volte facciano fatica a brillare. Questo lavoro hai i suoi alti e i suoi bassi, e purtroppo non riesce a trovare il proprio focus. Tuttavia risulta essere un ascolto pop piacevole a metà strada tra l’indietronica dei Postal Service e un certo electro-pop mainstream per le sue melodie molto catchy. I pezzi sono mediamente buoni, ma è forse meglio non chiedersi che ne sarà in futuro di questa band. Come da tradizione hipster, è meglio vivere e godersi il presente.

(23/12/2012)

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