Parquet Courts – Light Up Gold

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Matteo Monaco

ParquetCourts_byBenRayner2I Parquet Courts di Brooklyn, New York, sono proprio così come li aspetteresti. Due fratelli, Andrew alla voce e Max alla batteria, che incontrano due amici, il chitarrista Austin Brown e il bassista Sean Yeaton, due volte a settimana nel garage di casa Savage: sugli scaffali, tra gli utensili e qualche poster, spicca lo scaffale dei dischi, dove sono affiancati con cura le copertine dei Buzzcocks, The Damned, Paul Weller, i Wire. E poi (come no?), siamo in America e i ragazzi sono in età da college. Allora l’occhio cade sui vecchi Lp dei R.E.M. – quelli di quando Michael Stipe aveva i capelli – e si lanciano nel presente con le ultime uscite di Thee Oh Sees, The Men, Fidlar e Ty Segall. Ma ci siamo già spinti oltre, perchè al quartetto newyorkese sono bastati i due-tre strumenti del mestiere e la noia esistenziale dei pomeriggi per comporre Light Up Gold, un concentrato di rock’n’roll ad alto tasso di THC e di dispense universitarie da mandare a memoria. Un disco che affonda le radici nell’aurea mediocritas della provincia a stelle e strisce – quella di Bruce Willis con il cappello da baseball, che si affaccia sul palco con un sorridente “I’m from Brooklyn and I’m proud of it” – dove il sogno americano è stare al proprio posto, tra i colletti bianchi delle villette tutte uguali, a bere Pepsi al parco con gli amici di sempre. Lì, insomma, dove la normalità acquista quel tono leggendario di chi non pretende una pagina sui libri di storia. Una pagina che invece ha conservato un posto proprio per i fratelli Savage, di fronte alla presa primordiale di Borrowed Time e alla stordente semplicità di Stoned and Starving, cogliendo l’amore di chi – americano fino al midollo – riserva dosi di ammirazione per quella “rabbia a diffusione radiofonica” che appartenne ad un certo punk inglese. Light Up Gold diventa allora una tavola da verniciare con gli omaggi alla burning London, nella piana normalità di una noia quotidiana: un’opera da ascoltare per fuggire alla monotonia, proprio nella rivisitazione vincente dei “soliti” tre accordi – di fronte ad un’altra tazza di latte e cereali. Tra lo scolastico, il casalingo e il fulmine dorato che illumina chi sa il fatto suo.

(18/12/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.