Parov Stelar Trio – The Invisible Girl

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.5

6.5/ 10

di Matteo Monaco

Ripartire subito, e da zero, cercando di non venire inghiottiti dall’ombra lunga di The Princess. È questo il compito di Parov Stelar (vedi la nostra intervista) per l’ultimo The Invisible Girl. Come per tutte le grandi sbornie, per uscirne serve metodo e pazienza. A partire dalla struttura di fondo: se The Princess ha visto la formazione più allargata della Parov Stelar Band, dove alla moglie-cantante Lilja Bloom si aggiungevano sezioni mobili di fiati e di ottoni, la prova su disco del 2013 ricompatta e riformula il progetto dentro ad un quadro snello, già pronto per la cavalcata live. Infatti questo è il Parov Stelar Trio, composto dal produttore austriaco insieme ai collaudati Jerry di Monza e Max the Sax. E, in quanto terzetto di scorribande, c’entra poco con quanto proposto finora dalla “comune” più famosa dell’electro-swing: la nostalgia onnipresente nei successi di Coco viene cancellata con un colpo di spugna e sostituita da un’energica spinta dance, le improvvisazioni dei primi dischi si tramutano in una rigorosa formula da pista da ballo.
Qui c’è il primo punto messo a segno da Parov Stelar. Sì, perchè The Invisible Girl è in primo luogo una prova coerente e compatta, che si dipana lungo le polverose vie del jazz con un’identità dai contorni indeformabili. Merito di una carriera già consistente, e – a quanto si ascolta – di una perfetta alchimia sonora tra i membri del gruppo. Anche in un mini-progetto elettronico, infatti, si nota l’importanza di una band affiatata. In The Invisible Girl è comune notare come la tromba di Jerry di Monza trovi un habitat naturale nel consueto tappeto jazzy confezionato da Stelar e dall’istrionico Max The Sax.
Già, ma i pezzi? Difficile indicare una vetta o una caduta di tono: se la titletrack e Doctor Foo pestano sulla cassa come non ci fosse un domani, il “re dell’electro-swing” non riesce comunque ad abbandonare gli amati ritmi rallentati. O meglio, non vuole rinunciare al dualismo proficuo tra dancefloor e ascolto in cuffia. Allora ci troviamo accoccolati sui sudici banconi dei bar di New Orleans, a sorseggiare Pastis mentre il contrabbasso si lancia nelle elucubrazioni di La Divina e di At The Flamingo Bar. Niente paura, però. Di nostalgia non ce n’è più, bisogna andare avanti. Stavolta si conclude con la techno remixata di The Fireface, che è come il primo bicchiere di acqua fresca dopo la festa più alcolica dell’anno: fresco e sano, ma lontano dall’esaltazione dell’ebbrezza. Per questo effetto serviranno i live, il territorio di caccia preferito del trio più swing d’Europa.

(04/04/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.