[REVIEW] Opeth – Pale Communion

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
5.5


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Simone Picchi

opeth

Pale Communion è la pietra tombale di ciò che era stata la band che aveva saputo fondere death metal e progressive. Il disco precedente degli Opeth aveva tracciato un solco con il passato, nessuna traccia di musica estrema nel nuovo corso che conservava parte della forza compositiva del passato. Con questo nuovo lavoro il passaggio al rock progressivo si è completato.
In otto tracce legate allo stesso filo conduttore Elysian Woes e Voice of Treason, sono gli unici momenti di matrice Opeth. A partire dall’opener Eternal Rains Will Come si nota come il missaggio di Steven Wilson dei Porcupine Tree contamini nettamente le composizioni, dove non bastano influenze mediorientali a dare energia alle composizioni, eccezion fatta per il singolo Cups of Eternity. Ne sono esempio la ballad River, debitrice di quarant’anni di influenze di genere, o il tributo al prog italiano con i tappeti di tastiere della strumentale Goblin.
Ciò che si ascolta è un disco solista del leader Mikael Åkerfeldt. L’abbandono del progetto puramente death dei Bloodbath, il progetto folk condiviso con Wilson e l’affidamento alla produzione a quest’ultimo fanno sì che la sua prima creatura sia diventato un progetto solista. L’inventiva di Åkerfeldt, che sembrava illimitata, questa volta fa i conti con delle idee che fanno a pugni con il risultato della messa in atto. A mancare maggiormente non sono il cantato growl, il doppio pedale o l’accordatura abbassata di tono, ma l’identità stessa, quella ormai persa degli Opeth e quella del loro leader, in preda ad un’”elaborazione del lutto” non ancora superata.

(07/09/2014)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.