[REVIEW] Omar Souleyman – Wenu Wenu

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
6.5


Voto
7.0

7/ 10

di Matteo Monaco

omar_souleyman

Nel grande palazzo del music business ci sono anche piani ammezzati, soffitte e stanze dalla porta mimetizzata con la tinta dei muri. Qui, tra le maniglie impolverate e la moquette fitta di bruciature, si svolge il lavoro sporco per conto dei colleghi dei piani nobili. È il settore riservato alla musica etnica, quel mare magnum di influenze, idee e follia che silenziosamente plasma gli schemi consolidati della produzione occidentale – più di quanto le barriere culturali possano confessare. Proprio qui, in mezzo a tanta spazzatura e al disordine, spesso nascono i movimenti sui quali disputeranno le firme della critica. Ieri era il kuduro angolano – prima con i Buraka Som Sistema, poi con i lassativi di Don Omar – oggi può essere la dabke mediorientale: parliamo di Omar Souleyman, il talento siriano coccolato da Four Tet (come visto all’olandese Lente Kabinet di giugno) durante gli ultimi due anni. Un nome che non è nuovo alle cronache popolari – seppur limitate all’area mediorientale – e già adocchiato da Bjork per i remix di Biophilia. Campione di vendite nel 1996 in Siria con il singolo Leh Jani, Souleyman è un artista per cui – in certi angoli di globo – si può scomodare il titolo di “modello”. È in quanto tale che il baffuto profeta della techno dei deserti sbarca a Londra per registrare Wenu Wenu insieme al più giovane (e noto) Four Tet: nessun imbarazzante compromesso tra Est ed Ovest, quanto invece l’occasione di diffondere la dabke metodica di Souleyman oltre il confine geografico e psicologico del Mediterraneo. Ne sono testimoni il lancio forsennato di Wenu Wenu, sul quale l’ipnosi ritmica di marca orientale trova una combinazione fortunata con i beat appena accennati da Oltremanica. Oppure le danze concentriche di Yagbuni, impegnate nella rievocazione di una piazza araba in formato di club a cielo aperto, mentre Warni Warni mette d’accordo un pezzo di uk garage con le digressioni dello sciamano al microfono. C’è freschezza e c’è l’impegno ideologico: in Wenu Wenu Souleyman continua sulla strada del multilinguismo, cantando in diverse parti in curdo, in turco e in arabo. C’è aria di novità, per quanto non ci sia nulla di nuovo rispetto ad una carriera che è già storica. Ma qui si tratta della dabke che sbarca in Europa e Stati Uniti: starà al tempo decidere se dietro al fenomeno più indie del momento c’è una vera miniera – o se invece il più usuale e temibile trampolino per i remix da supermercato.

(03/11/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.