Oliver Wilde – A Brief Introduction to Unnatural Light Years

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
6.5


Voto
6.5

6.5/ 10

di Simone Picchi

4596771146_625x417Oliver Wilde è un giovane e pienotto cantautore di Bristol dall’aria timida che gioca/compone la sua musica con un microfono, una chitarra e vari loop ad 8-bit. La classica strumentazione lo-fi, che da aggettivo musicale per un certo tipo di registrazione di bassa qualità è diventato da diverse decadi un genere vero e proprio. Quella che doveva essere una breve introduzione del suo mondo (citando parte del titolo di questo suo debutto discografico) si trasforma in una lento romanzo della durata di un’ora.
La prima parte del disco è un macigno che cade addosso all’ascoltatore, la ripetizione sonora si protrae per tutta la durata delle singole composizioni che, complice l’eccessiva durata di ogni singola traccia (quasi sei minuti l’una), rende difficoltosa la concentrazione necessaria per apprezzare le riuscite parti di chitarra di Curve (Good Grief) e Perrett’s Book e le “calde” atmosfere familiari nella leggera Something Old. A dare una scossa necessaria ad un prodotto a lunghi tratti noioso ci pensa Marleah’s Dance, una semplice danza basata su un ottimo incrocio tra chitarre di stampo rock e tastiere ambient che incorniciano alla perfezione la voce del giovane inglese. L’esperimento riuscito si ripete in Walter  Stevens’ Only Daughter, dove finalmente emerge il canto pulito e senza fronzoli dato da sovraeffetti sognanti – che vengono abbandonati anche nella successiva Happy Downer, producendo un effetto benefico per le orecchie dell’ascoltatore che giunge alla fine del disco con un umore contrario a quello iniziale.

Dare un giudizio oggettivo su un genere estremamente di nicchia è sempre difficile in quanto si rischia di far prevalere il gusto personale. Senza dubbio questo debutto del cantautore d’Oltremanica è di ottima qualità, dove nulla è lasciato al caso e tutto è studiato con cura maniacale. Ciò che si rimprovera agli artisti lo-fi è l’eccessiva ricerca dell’alternatività, di quel qualcosa che può essere un effetto particolare applicato alla voce, chitarra, quale che sia lo strumento o inserimenti sonori inusuali rispetto al genere trattato, tralasciando spesso e volentieri la propria interiorità, vero trademark di un prodotto personale e fuori dalle righe. In questo va dato merito ad Oliver Wilde, che, pur cadendo nella trappola sopracitata in più di un frangente, non perde del tutto la rotta e anzi, a più riprese, la riagguanta con successo. Un buon inizio, con la speranza di un’evoluzione musicale in senso cantautorale, un territorio fertile sul quale il giovane e pienotto cantastorie di Bristol può e deve coltivare le proprie idee.

(13/12/2013)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.