Nosaj Thing – Home

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.5


Voto
7.5

7.5/ 10

di Matteo Monaco

Ha prodotto alcune basi per Kid Cudi e Kendrick Lamar. Ha partecipato al progetto losangelino del Low End Theory, la serata di culto a tinte elettroniche/hip-hop ricordata per le performance di Thom Yorke, Flying Lotus e Erykah Badu. Ha fatto parte del “club degli illuminati” istituito per remixare i lavori di Philip Glass, ma trova anche il tempo per collaborare con il nuovo feticcio hipster, Toro y Moi, e con Kazu Makino dei Blonde Redhead.
A giudicare dal curriculum ci troviamo di fronte a qualcuno che “il giro giusto” (come cantava Bugo) lo conosce bene, pur non svettando ancora sui pezzi da novanta che lo circondano. Già, del californiano Nosaj Thing si è parlato ancora ben poco: a partire dall’esordio di Drift (2009) e dall’album tratto da questo, il Remixed del 2010, l’esperienza del produttore nei meandri della bass music è rimasta confinata ad un pubblico di aficionados e alle alterne sorti della propria scena cittadina. Ora però, vuoi per lo sdoganamento trasversale del verbo Flying Lotus (un nome a cui Nosaj Thing appare connesso su più livelli) con la cornucopia sonora di Until The Quiet Comes, anche l’uscita del nuovo Home pare un biglietto di sola andata per abbandonare gli scantinati e i club male illuminati della periferia.
In America se ne discute, almeno da quando Nicolas Jaar ha ridefinito i contorni del discorso disegnando la malinconica ed epica parabola di Space Is Only Noise: dove sta andando la bass music, in tutte le sue multiformi declinazioni? È qui che Nosaj Thing potrebbe avere la risposta che molti aspettano. Seguendo l’esempio del solito Flying Lotus ma anche dell’ultimo, straordinario Burial, questo Home prende le mosse dall’oscurità e dal pitch luciferino tipico del genere, edificando su queste basi un’architettura del tutto nuova. Puntando con forza sulla melodia e tracciando un solco che divide il futuro dai sordidi beats del passato: basterebbero i sospiri tremolanti e synth onnipresenti di Phase III, sostenuti dai ritmi spezzati dei piatti, a determinare come sia cambiata la scala dei valori. Un punto in meno alle parti percussive e uno in più alla ricerca di un groove misto, a tratti pieno di speranza, come nei giochi chill-out di Glue e di Snap. Nosaj Thing taglia e cucem sugli arrangiamenti tipici del glitch-hop, scaldando la propria suggestione dark con i raggi di piena umanità emanati, ad esempio, da Blue/Eclipse, là dove il tocco di Kazu Makino vale da sè il prezzo dell’album.
C’è chi l’ha chiamata la “svolta pop” di un genere. E se invece fosse la maturazione definitiva di un movimento nato dall’underground e salito agli onori della cronaca perchè arrivato a comunicare qualcosa più della solita rabbia, dell’isolamento e dell’introspezione? Alla ricerca del pop universale, come fantasticavano più di quaranta anni fa i Kraftwerk nel cantiere dei loro ultra-mondi ingegneristici: Nosaj Thing, come i suoi illustri compari, sembra possedere mattoni a sufficienza per innalzare verso il cielo lo stesso edificio.

(18/02/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.