Norah Jones – Little Broken Hearts

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
6.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Eugenio Goria

Luci al neon e la grafica di un pulp degli anni Sessanta. Questo potrebbe essere il più breve riassunto dell’ultimo album di Norah Jones. Complice forse la collaborazione con un certo produttore di nome Danger Mouse, che, tra le altre cose ha partecipato a dischi come El Camino dei Black Keys, questo nuovo Little Broken Hearts ha un inconfondibile sapore di California, tanto che è impossibile non giungere a facili paragoni. Il sound smooth, un po’ retro, sembra diventato una moda ormai, e spesso si cerca nel passato quando non si riesce a trovare l’ispirazione nelle cose presenti, ma a ben guardare, quella sensualità fumosa, tutta rhyrhm and blues, è da sempre il pane quotidiano di Norah Jones. Il modo in cui lei interpreta e dà vita ai propri brani è inimitabile, e anche in questa sua nuova svolta, dagli accenti elettronici talvolta, acustici altrove, la prova è tutto sommato buona, capace se non altro di fare scuola alle popstar dell’ultim’ora come Lana Del Rey su come si fa una canzone veramente sexy: basta ascoltare Say Goodbye per accorgersene dopo una manciata di secondi.

La title track è paradigmatica di tutto quanto il disco, nelle sue piacevoli incursioni elettroniche, che si inseriscono in un impianto decisamente rock: qui più che altrove si sente lo zampino di Danger Mouse, al  punto che basta immaginarsi una chitarra elettrica, ed ecco che una timida ballata si trasforma in un brano esplosivo alla Black Keys. Un po’ più classica, She’s, rappresenta il lato autobiografico dell’album, figlio di una separazione tra la cantante e il suo compagno avvenuta proprio nel periodo in cui il disco stava prendendo forma; un nucleo concettuale che pervade tutto il disco, e lo impregna di serena e meditata tristezza: basta dare un occhio ai titoli per accorgersi che non è un periodo felice, ma tutto questo è gestito in modo esemplare e – grazie al cielo – si riescono a evitare quegli scivoloni depressivi che troppo spesso creano facili consensi ma non di certo buona musica. Non convince troppo invece la deriva elettronica di After the fall: in un disco in cui molto viene affidato a sintetizzatori e drum machines, che riescono a creare le atmosfere soffuse adatte per una voce come quella della Jones, questo brano in particolare può affascinare, ma si ha l’impressione che non sia altro che un esercizio di stile. Molto meglio il sound più collaudato di Out on the road, che ricorda alcuni lavori del passato, e soprattutto la chitarra acida e sognante della lunga traccia conclusiva, All a Dream.

Scrivere canzoni piacevolmente melodiche non è da tutti, e si può dire che Norah Jones sia una delle autrici che più riescono a unire utile e dilettevole, brani di un certo spessore e popolarità, fascino e intelligenza. Little Broken Hearts si inserisce con prestigio e non senza originalità, in un filone oggi molto battuto, in cui Norah Jones, ha qualcosa da dire, sicuramente più di altri. Fare del pop di qualità è un merito che spesso non viene riconosciuto.

(22/05/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.