Nick Cave & The Bad Seeds – Push The Sky Away

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
7.5


Voto
7.2

7.2/ 10

di Davide Agazzi

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Nick Cave il poeta, il maledetto, il genio, il pazzo, il drogato, il cristiano, il morto, il risorto, la scimmia, il lupo. Tutto questo o, semplicemente, Nick Cave, uno degli artisti più significativi dell’ultimo secolo, tornato oggi sulle scene dopo cinque anni con i suoi Bad Seeds. Push the Sky Away, ventesimo disco in carriera, escludendo quelli realizzati sotto il nome di Birthday Party, Grinderman alcune colonne sonore ed il progetto con il solo Warren Ellis, si lega fortemente alla dimensione spirituale che ha caratterizzato la vita di Cave negli ultimi anni. Basta leggere qua e là i testi di quest’ultima fatica, intrisi di prediche, novelle e tematiche care alla religione cristiana. Perchè, come anche in passato, è il valore delle liriche a distinguere l’opera creativa di un artista riconosciuto come uno dei poeti più profondi, oscuri e malinconici del ‘900. Il perdono, l’amore, l’acqua come elemento purificatore, il Buon Pastore, Dio. Un Cave messo a nudo davanti alla Bibbia, che cerca di interpretare a suo modo, delineandola con personaggi e storie del mondo di oggi (“Wikipedia is the heaven”); un Cave predicatore, portavoce di un messaggio sentenzioso, ma anche ironico, capace di mescolare Lucifero, Robert Johnson ed il Bosone di Higgs (Higgs Boson Blues).

Mr. Ink, il suo pulpito e i suoi discepoli, i Bad Seeds, che dopo l’abbandono di Blixa Bargeld del 2003 si sono visti privare anche del chitarrista Mick Harvey. Ed è il suono in generale a risentirne, non per colpa dei singoli artisti, ma per via di una scelta stilistica ben precisa, quella di mettere in evidenza solo le parole del cantante australiano, questa volta davvero al centro della scena. E così, se da un lato la forza emotiva viene espressa sulle note di We No Who U R, Jubilee Street, Wide Lovely Eyes e We Real Cool, il disco trova senza dubbio diversi momenti di pausa, che sembrano ricordare solo lontanamente i capolavori dei tempi passati (leggasi, The Good Son). Una sorta di infatuazione da colonna sonora (un lavoro particolarmente apprezzato dietro la pellicola del recente Lawless), che farà rimpiangere gli appassionati del fattore Grinderman, senza accontentare troppo i parolieri della prima linea. Come valutare, quindi, Push The Sky Away? Il disco della maturità o forse il canto di un artista traviato dalla propria spiritualità? Semplicemente l’album di una figura controversa e mai banale, frutto sincero della propria esperienza di vita. Forse non il disco più significativo del poeta australiano, ma sicuramente quello più adatto per quello che oggi Nick Cave rappresenta.

(11/02/2013)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.