Neil Young and Crazy Horse – Psychedelic Pill

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Eugenio Goria

È uscito da pochi giorni il nuovo album della forse più famosa rockstar canadese. Vecchio e rabbioso come un cane ammalato, Neil Young non riesce a rassegnarsi alla pensione, e torna alla riscossa con i suoi Crazy Horse, con i quali sempre nel 2012 ha publicato un discusso Americana. Di inediti tuttava era da un po’ che non se ne vedevano, per la precisione dal 2003 con Greendale, e per alcuni può essere un sollievo accorgersi che il sound di dischi immortali come Rust Never Sleeps possa rivivere in un doppio album nuovo di zecca. Anzi, a dirla tutta sembra proprio che poco o nulla sia mutato dal modo di fare musica che i Crazy Horse hanno inventato ormai molti anni or sono, guidati da un personaggio come Neil Young, che nonostante gli alti e bassi di una lunga carriera ha diffusamente dimostrato doti innegabili come autore di musica, paroliere, interprete, arrangiatore, solista, poeta…

Psychedelic Pill si presenta come un disco fuori dal tempo, a cominciare da un titolo e da una copertina che richiamano dritto agli anni d’oro dell’acid rock, con forse qualche lacrima di nostalgia che in alcuni punti del disco ha evidentemente preso la mano a Cavallo Pazzo e i suoi, portandoli a realizzare otto brani quasi come se il tempo non fosse passato. Un disco intriso di nostalgia, che spesso affida la sua voglia di passato a un verso, a un giro armonico imparato a memoria, a un assolo familiare, tanto che il Boston Globe scriveva con benevola ironia “Neil Young’s new journey through the past”. Giochi di parole a parte, l’osservazione è perfettamente sottoscrivibile: il disco non aggiunge nulla di nuovo a quanto già si può apprezzare dai dischi storici del connubio Young-Crazy Horse, ma si presenta piuttosto come il ritorno di un modo di fare musica che dà prova di essere inossidabile. Solo Neil Young poteva impiegare due dischi per incidere nove tracce: la sua specialità è proprio questa, dilatare fino all’inverosimile lo spazio musicale di un brano, riempiendolo di soli di chitarra che paiono scariche elettriche, passaggi strumentali duri, grezzi come la colonna sonora di Dead Man. Poesia del grunge. Apre il disco un brano esemplare: Driftin’back. Nei suoi 27 minuti, Young ha voluto riversare una serie di pensieri e impressioni che paiono vagabondaggi in un passato che è ricordo: una lunga meditazione elettrica a cui forse non siamo più molto abituati, e in cui il nostro amato ha voluto apparire forse più vecchio di quel che è, prendendosela anche con la moda degli mp3 con frasi del tipo: “quando ascoltate la mia canzone, avete solo il 5 per cento, una volta prendevate tutto”. Un brano che con la sua ingombranza di sicuro non sa stare al passo con i tempi dell’iPhone, ma che ha davvero la voglia di dimostrare che un file mp3 è forse troppo piccolo per una carica emotiva così forte e intensa, come solo Young è capace. Driftin’back sembra però essere solo uno dei lati della medaglia, e il disco purtroppo abbina momenti come questo, di grande ispirazione, ad altri brani che non hanno la stessa energia, e sembrano più che altro una ripresa non troppo convinta di suggestioni tratte da altri album: basta sentire la title track per rendersi conto che di buono c’è solo il riff iniziale in questo brano, ma il testo è inconsistente, e anche l’arrangiamento sembra seguire troppo fedelmente alcune sperimentazioni di Le Noise, non così piacevoli. Molto meglio il colosso da 16 minuti di Ramada Inn, che dà sempre l’impressione di qualcosa di già sentito, come fosse una variazione su Like a Hurricane, ma la struggente malinconia di cui è intriso, unita al procedere narrativo dei testi di Young, in cui però è sempre aperta la porta delle emozioni, regala un brano appassionante e appassionato.

Dispiace però riscontrare anche momenti di grande ingenuità come Twisted Road, in cui Young ha voluto celebrare i grandi del suo periodo, a cominciare dai suoi idoli Dylan, Roy Orbison e i Grateful Dead di Jerry Garcia: un’idea che potrebbe anche essere meritoria, ma non sembra molto ben riuscita soprattutto per la povertà artistica del brano, che veramente sembra scritto da qualcuno che non ha vissuto quegli anni, e non ha conosciuto da vicino i personaggi di cui parla. E in effetti a ben guardare di materiale riempitivo se ne trova un po’ troppo per essere un disco di nove brani, a cominciare da Ontario, che spreca un buon riff in un ritornello abbozzato e piuttosto ripetitivo. Sicuramente meglio nel lato B She’ s Always Dancing, e soprattutto Walk Like a Giant, in cui di nuovo c’è un quarto d’ora abbondante di tempo per permettere agli strumenti di occupare i propri spazi e preparare il terreno a un brano che è davvero un bel sentire tanto per il testo e il cantato quanto per le parti strumentali, articolate anche da un punto di vista ritmico al punto da fare il brano uno dei migliori del disco.

Si può concludere osservando che i brani migliori sono i più lunghi, perché lì Young e soci mostrano di non lasciare inutilizzato nemmeno un secondo, e ci sono il tempo e lo spazio per raccontare storie appassionanti, ispirate e convincenti da un punto di vista musicale. Poteva essere un disco di soli cinque brani, e non avrebbe avuto punti deboli, ma troppo forte è stata la tentazione di realizzare un’opera più grande, che contenesse anche pezzi meno riusciti, che da un caposcuola come Young potevano tranquillamente venire scartati.

 

(07/11/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.