Neil Young & Crazy Horse – Americana

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
5.5


Voto
5.8

5.8/ 10

di Davide Agazzi

Chissà che cosa avrà pensato John Lydon, tornato da poco con i suoi P.I.L, leggendo God Save The Queen al fondo della tracklist di questo Americana. Specificando che si tratta dell’inno britannico e non del manifesto punk di fine anni ’70 a firma Sex Pistols, sembra quasi che il vecchio Neil Young abbia voluto rendere nuovamente omaggio al sig. Rotten, dopo l’incoronazione di Hey Hey My My di circa trent’anni fa. L’inno inglese è solo l’ultima canzone di un album dedicato, come suggerisce il titolo, alla tradizione americana, ai suoi brani che hanno segnato la storia del Paese e della musica. E poco importa se ad incidere il remake di queste tracce sia un grande del rock che americano non è, viste le sue celebri origini canadesi. Per l’occasione il rocker solitario riunisce i Crazy Horse al completo, che non suonavano insieme da Broken Arrow(1995) dato che in Greendale, del 2003,  mancava il chitarrista Frank Sampedro, unitosi al gruppo solo durante la tournèe. E non è certo insolito che questa reunion di dinosauri del rock arrivi proprio insieme ad altri due grandi ritorni, come quelli della Sacerdotessa Patti Smith e degli impomatati Beach Boys. A differenza loro, Young ha sempre continuato a fare musica, forse troppa, visto che la copiosa discografia del canadese ha spesso messo seri dubbi in seno alla critica. Ci si era fermati al rock sperimentale di Le Noise, perché Treasure, la raccolta country-bucolica di inediti registrata live a metà anni ’80 e riemersa pochi mesi fa,  non può esser considerata un vero e proprio disco. Ora arriva Americana, una raccolta di cover che allarma i fans dell’ex compagno di Crosby, Still & Nash. La benzina è finita? Quella forse no, ma le idee non sono certo il punto forte di questo disco. Tante chitarre elettriche per ripercorrere canti popolari impolverati dalla sabbia del tempo, la solita vena creativa che ha contraddistinto negli anni il canzoniere di questo cowboy solitario. Un disco che nulla aggiunge e nulla toglie alla carriera di Young, che da tempo riesce sempre a scomporre la critica, incapace di dare un giudizio univoco. Così, se Americana non tiene il ritmo di alcuni vecchietti d’eccezione (Leonard Cohen, Tom Waits, Dr John), non è certo il caso di smontare totalmente quest’ultima produzione. E se Oh Susanna sembra suonare come Venus degli Shocking Blue, gli otto minuti di Tom Dula sono effettivamente un po’ troppi e le parti coriste sono decisamente eccessive per un disco rock, la simpatica rivistazione della zeppeliniana Gallows Pole e la ballatona acustica di Wayfarin’ Stranger non possono che aprire il baule delle emozioni. Il consiglio è dunque di prendere questo Americana per quello che è, un disco di cover, senza paragoni con i fasti del passato, sperando che non sia l’album che consegni Neil Young alla pensione.

(07/06/2012)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.