Muse – The 2nd Law

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
5.0


Voto
5.3

5.3/ 10

di Edoardo D'Amato

Quando i 90’s stavano lasciando il posto agli anni zero, una band britannica dei dintorni del Devon faceva uscire il primo album in studio: Showbiz, prodotto interamente da John Leckie (che aveva firmato tra l’altro anche The Bends, secondo fondamentale album dei Radiohead), segnava così l’esordio dei Muse. La prima cosa che mi viene in mente è la disperazione, la sofferenza e l’ansia presenti nel video di Muscle Museum: MTV la faceva ruotare continuamente, e un pupo come me rimase di sale di fronte alle grida disperate di Bellamy. Il sound del trio inglese si definì poi pienamente non tanto nella vera pietra miliare del gruppo, Origin Of Simmerty, ma più che altro nel successivo Absolution: largamente oggetto di controversie fra i critici, l’album consacrò i Muse al grande pubblico e, si sa, a quel punto le strade da prendere sono due. I Muse e il loro istrionico leader scelsero quella più semplice: riempire gli stadi, prestare i propri lavori a colonne sonore di film con un target prettamente adolescenziale e presenziare a manifestazioni e eventi mondiali, senza però rinunciare a quelle tematiche care fin dall’inizio. Se infatti con Black Holes And Revelations c’era ancora il tentativo di continuare a stupire armonizzando testi impegnati, apocalittici e pomposi, intrisi di politica, filosofia, futurismo e amore con delle composizioni davvero notevoli (penso a pezzi come Supermassive Black Hole o agli interessanti intrecci di Map Of The Problematique), altrettanto non si può dire riferendoci alla deriva che sta colpendo i Muse da almeno tre anni. The 2nd Law (stavolta i Muse si cimentano in riferimenti fisici) è il sesto lavoro di Bellamy e soci, ed esce comunque fra mille dubbi e curiosità: le aspettative però non sono ripagate dall’album. Ascoltando il singolo che anticipa il tutto, pressapoco il primo pensiero è che “Matt Bellamy è un genio, ma stavolta non ci casco”. Madness è un brano innanzitutto ossessionante, con quel synth bass che ti entra in testa e non ti molla più, con un finale che ricorda i tanto amati U2: sarà un vero successo radiofonico, ma non è un capolavoro. Come non lo è neppure Supremacy, che non è male (ricorda vagamente i Led Zeppelin di Kashmir), ma il punto è che emerge sempre quel desiderio di enfatizzare e strafare che ha caratterizzato(nel bene e nel male) tutta la controversa discografia dei Muse. L’album è poi ricco di pezzi ripresi dal passato: Follow Me inizialmente sa di una Hoodoo elettronica, per poi sfociare in una Take A Bow molto più radiofonica. Anche Explorers l’abbiamo già sentita: un pezzo che è una degenerazione orchestrale di Invincible, dove ritroviamo gli onnipresenti gridolini di Matt. Davvero nulla di nuovo, non c’è nessuna rivoluzione. E The 2nd Law prosegue così, fra echi di Queen e INXS ( si salva Panic Station ), illusioni di aria fresca ( Animals non dispiace per niente: interessante la chitarra che investe la canzone, senza facili distorsioni), e bruschi ritorni alla triste realtà: la chitarra funky pop di Big Freeze non giustifica un pezzo già sentito, e l’enfasi piano-orchestrale di Save Me è davvero ridondante e fastidiosa, anche se a cantare stavolta è Chris Wolstenholme, come anche in Liquid State, un pezzo che forse vorrebbe riprendere un discorso interrotto con Origin Of Simmetry, ma che resta davvero anonimo. L’essenza dei Muse è però tutta nella annunciata dubstep di Unsustainable. E’ qui che Matt Bellamy azzecca davvero ogni cosa: l’ossessionante riff degli archi, la vocina preoccupata e distaccata della giornalista, l’elettronica strumentale e le grida di dolore (strano!) del drammaturgo, il tutto condito da un video di sicuro impatto. Il giochino dell’eclettico trio porta quindi a un album mediocre, privo di momenti davvero importanti, figlio di un atteggiamento che porterà i Muse a diventare quello che furono i Queen negli anni ’80: un miscuglio di pop, elettronica, un po’ di rock (in memoria dei tempi che furono), che live sarà certamente la solita bomba, ma che in studio risulta essere insipido a tratti, pasticciato e confuso quasi sempre.

(01/10/2012)

Commenta
Edoardo D'Amato
Edoardo D'Amato

Direttore. Classe 1990, ho visto nascere OUTsiders e ora cresce insieme a me. Collaboro anche presso il network www.fantagazzetta.com.