Mudhoney – Vanishing Point

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
6.3

6.3/ 10

di Simone Picchi

Vent’anni fa Seattle divenne la Mecca della musica rock. Tanti libri hanno spiegato il fenomeno in modo eusastivo, per cui è inutile aggiungere altro. Però c’è un “però”; non tutto quello che era di Cesare è stato riconosciuto a Cesare. Stiamo parlando dei Mudhoney, probabilmente la vera e più pura essenza del movimento, troppo spesso ignorati per importanza storica più che per i contenuti. Arrivati al venticinquesimo compleanno di attività, i quattro ragazzacci dello stato di Washington tornano sulle scene dopo cinque anni dal lavoro precedente, e indovinate un po’, continuano a correre sulla stessa strada senza imboccare scorciatoie. Lo si capisce dall’opener del disco Slipping Away, semplice mestiere che dà un via non memorabile di un lavoro che si esprimerà al meglio solo dopo la folle scheggia impazzita old school Chardonnay. Il rischio di sviluppare un album di solo mestiere è molto alto, ma nonostante questo  da qui in poi i vecchi Mudhoney riprendono a piene mani i loro riff, armonie e sezioni ritmiche, e  il livello della composizione si alza, proponendo vecchi clichè di rock sporco in The Only Son of the Widow From Nain o il punk degli esordi in I Don’t Remember You, che hanno il pregio di crogiolarsi su schemi predefiniti di genere, con quel tocco che non rende comunque ripetitivo uno schema presentato più e più volte. Anche se, per certi versi, Vanishing Point è l’ennesimo album “formato nostalgia” che si conclude con una dedica allegra ad un amico, Sing This Song of Joy.
Non puntare all’Olimpo ha reso possibile la lunga durata della loro carriera, nella quale il leader Mark Arm (diventato ormai un signore di cinquant’anni) continua a ruggire con sulle trame ritmiche spinte e schizoidi che li hanno sempre contraddistinti. Lontani dallo staccare la spina, testardi nel riproporre i fasti di Touch me, I’m sick, in tutti questi anni la strada del ritornello facile avrebbe potuto dare benefici economici e di status al gruppo, seguendo la corrente del rock moderno per aver riconosciuti i meriti di una stagione musicale ormai scomparsa. Vanishing Point rimane a metà strada tra l’ortodossia al genere e qualche stanchezza compositiva, ma in fondo va bene così: non ci si aspetta nessun rinnovamento dagli ultimi paladini del grunge. Un altro tassello nella loro storia è stato inserito, un’altra lezione di grunge in attesa di passare il testimone ad un degno erede.

(11/05/2013)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.