Mount Kimbie – Cold Spring Fault Less Youth

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
9.0


Voto
8.0

8/ 10

di Matteo Monaco

Che pazzia, questa lunga, gelida primavera di pozzanghere agli angoli della strada. Due su tutti: i Queens Of The Stone Age che risorgono con l’esordio di uno stoner-rock-elegante, i Daft Punk che si godono un supposto “disco dell’anno” a base di arroganza e di naftalina. L’avremmo detto? Noi forse no, ma i Mount Kimbie probabilmente sì. Non a caso si tratta di lettura del tempo, del proprio tempo, quando ci si avvicina a Cold Spring Fault Less Youth, la seconda fatica sulla lunga distanza del duo londinese. Perchè se questa primavera è stata campo di battaglia (dagli esiti inaspettati) per assicurarsi la supremazia sul vocabolario sonico aggiornato al 2013, i Mount Kimbie hanno iniziato a prepararsi già dal 2010, dai tempi dell’acclamato Crooks & Lovers. Partendo da un punto: quel successo, capace di suturare i lembi che ancora dividevano il trittico dubstepsoulpop, suonava come un bersaglio centrato nel cuore della notte ad occhi bendati. Bellissimo e fortunato, scaturito da un talento che ancora non possedeva una briglia tecnica.

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E allora Cold Spring Fault Less Youth, ovvero la storia di tre anni di dubbi e discussioni, segnate sul pavimento dello studio dalle orme dei pensierosi Dominic Maker e Kai Campos. Quale suono cercare, e come trasporre l’automazione delle parti elettroniche (croce e delizia dei produttori 2.0) in una performance dal vivo che possa imparare dal rock il suo ultimo segreto, la musica suonata dagli strumenti? È la stessa domanda che sta alla base del carrozzone daftpunkiano di Random Access Memories, eppure i risultati sono diametralmente opposti. Lo scopriamo in prima battuta dai singoli Made To Stray e Blood and Form, nei quali la talentuosa anima soul leva il mantello per travestirsi prima con l’ipnosi di un loop metropolitano, poi con la nudità appena intravista – dietro le ombre del riverbero e del suono “inscatolato” – della seconda.
Ci fermassimo qui, si urlerebbe al capolavoro. Allo stesso tempo, però, non si renderebbe giustizia ad un album che è più della somma dei suoi singoli, al contrario del pur splendido predecessore. Allora vale una menzione il ricamo hip-hop di King Krule, fulvo crooner classe 1994, nel climax riflessivo di You Took Your Time e nella più convenzionale cavalcata chill di Meter, Pale, Tone. Oppure si può concentrare l’attenzione sulle basse frequenze del terzetto finale, pronte per un mix ad alta capacità danzereccia, e su un’anima brit
compiutamente sviluppata che fa capolino negli arrangiamenti di Lie Near e – sopratutto – nell’ottima Break Well.
Cold Spring Fault Less Youth non è un disco stratosferico, quanto non può essere stratosferico il conto in banca di chi non ha mai vinto alla lotteria. Cospicuo negli spunti affrontati, capace ora di stupire e ora di rallentare, sempre madido del sudore versato da due producer “umani”. Un album riuscito, nel tentativo di coniugare la propria tecnica in fase di definizione con il talento compositivo già dimostrato in Crooks & Lovers, grazie all’umiltà dei principianti e alla stoffa dei predestinati. I Mount Kimbie, oggi, hanno meritato il successo di ieri.

(02/06/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.