Motorpsycho – The Death Defying Unicorn

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Matteo Monaco

Apri il nuovo album dei Motorpsycho, con il solito dubbio amletico: cosa si saranno inventati stavolta? Dall’opera di underground rock di Timothy’s Monster, passando per il progetto parallelo in salsa country, The International Tussler Society (concepito dopo l’acquisto di un banjo da parte del bassista), fino al monolite infuocato di Heavy Metal Fruit, senza un vero filo conduttore. La band svedese, in venti anni di fecondissima attività, ha innescato dibattiti e stupito la critica, espandendo la propria proposta musicale fino a diffonderne le radici in mille rivoli storici. The Death Defying Unicorn, se possibile, radicalizza e trascende in misura ancora più marcata questo modus operandi, riportando le lancette dell’orologio ai fatidici ’70 delle barbe folte e degli occhiali tondi. Il progressive rock, innegabile influenza del gruppo, e fino ad oggi compagno del post-grunge come degli aneddoti musicali raccontati dal gruppo scandinavo, diviene tutto ad un tratto la lente che filtra la logorrea di Bent Sæther e Hans Magnus Ryan. Come al solito, un salto nel vuoto che spiazza i fan della prima ora. Verrebbe da dire, poco inclini all’anima fondamentalmente sperimentale dei Motorpsycho stessi, che tra un Ep e l’altro (il conto è ormai arduo) tentano la strada della rock opera d’altri tempi.
Anche se il rock ne è solo una parte: in collaborazione con Ståle Storløkken, in arrivo dai Supersilent, The Death Defying Unicorn prende avvio sulle note distorte, paranoidi, di Out Of The Woods, per librarsi in un volo free-jazz con The Hollow Lands. Si torna poi a rileggere il Barrett solista, durante l’asmatico balletto di Into The Gyre, per fondere la tensione catartica in una cavalcata di chitarra, arrivata dritta dai demo dei Cream (o così pare). La materia è vasta, forse troppo, per degli onesti appassionati come i Motorpsycho. Sì, perchè se c’è una costante in una carriera tanto altalenante e di così difficile definizione, è una sempre più evidente fuga dall’identità, il contrario della musica professionalizzata. Chi li ha scambiati per i Foo Fighters si è sbagliato, come chi si è lasciato sedurre dalla complessità (auto)riflessiva di Timothy’s Monster. O forse, più probabilmenye, entrambi gli schieramenti vantano una propria fondatezza, cogliendo nella band di Bent Sæther e Hans Magnus Ryan qualcosa di diverso dagli idoli delle masse, lontano dalla venerazione e dal reddito sicuro che si ritagliano le star del rock. Sempre sull’onda delle critiche, e “deludenti” per definizione, i Motorpsycho scrivono musica (molta), e appena possibile si lanciano in tour, portando sulle scene, ed è un particolare importante, una materia sempre diversa. Come leggere, allora, i dubbi già espressi da parte della critica su Oh, Proteus – A Prayer, proprio là dove questo ultimo album trova la sua vetta? Giudicare un pezzo del genere, e l’intero album, come un arrogante esempio di prog magniloquente, sarebbe un’ingiustizia. Non perchè non lo sembri, quanto più perchè del prog c’è solo l’involucro, sviluppato da una band che sperimenta le proprie capacità, forse oltre il punto massimo, per il puro gusto di cimentarsi in qualcosa di nuovo. Visto da qui, l’insensato correre tra i generi, le separazioni e le reunion dei membri, il sapore mai completo al fondo dei loro album, acquistano un’altra forza. I Motorpsycho forse non saranno mai musicisti eccellenti, e difficilmente ci regaleranno un capolavoro in termini di originalità. Stanno solo imparando a fare rock, da venti anni a questa parte. E lo stanno imparando per intero.

 

(28/02/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.