Moby – Innocents

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
6.5


Voto
6.7

6.7/ 10

di Simone Picchi

MobyIl genietto della Grande Mela può vantare una carriera di tutto rispetto anche al di fuori del circoscritto ambiente elettronico. A lui vanno i meriti di aver portato il genere nelle hit parade di tutto il mondo discostandosi dai soliti standard dance fine anni ’80 e techno inizi anni ’90. Intelligente nel catturare il sample giusto e collocarlo al momento giusto nei brani, attingendo da vecchi datati repertori blues e jazz che in questa nuova veste si arricchiscono di nuova linfa, riuscendo – a partire dal successo mondiale Play – a mettere d’accordo il gusto comune e quello della critica. Dopo aver conquistato il mondo, dal 2009 decide di tornare al suo primo amore: l’ambient, riscoperto solo da pochi anni dal grande pubblico, dopo gli stenti di inizio carriera. Ed ecco uscire Wait For Me, seguito due anni dopo da Destroyed. ed ora il nuovo Innocents.
Sin da subito si coglie l’atmosfera malinconica che avvolge l’intero disco con l’opener Everything That Rises (parziale autoplagio della bellissima Why Does My Heart Feel So Bad?), continuando con il primo singolo A Case For Shame e le successive due traccie. The Perfect Life vede la partecipazione del leader dei Flaming Lips Wayne Coney in una cornice di suoni ambient fusi ad armonizzazioni orchestrali e cori gospel che elevano ulteriormante la qualità del brano. Le collaborazioni continuano con la successiva The Last Day, nella quale Moby versione-loop è accompagnato da Skylar Grey. Una traccia che pur seguendo le linee guida dell’intero album è vicina alla produzione di inizio Millennio dell’artista di New York, insieme alla seconda parte del disco che offre spunti più o meno interessanti nella quale troviamo l’epica Saints e la poco riuscita The Lonely Night in collaborazione con Mark Lanegan dei Screaming Trees.
Il Moby degli anni’10 è diverso da quello degli anni ’00. Tolti i panni del DJ scala-classifiche, il producer statunitense torna alle atmosfere da appartamento newyorchese a lui care, ripercorrendo la strada che fece diventare grande Brian Eno. Un anno passato a registrare nella sua abitazione non è però servito a dare alla luce un album da ricordare ma che merita più di un ascolto in quanto di grande qualità. Un classico esercizio di stile dell’ancora più classico artista affermato, che ha il merito di non scadere in facili scelte stilistiche capaci di annebbiare l’enorme talento – ancora fin troppo sottovalutato – dell’occhialuto americano.

 

(22/10/2013)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.