Melt Yourself Down – Melt Yourself Down

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
8.0


Voto
8.3

8.3/ 10

di Matteo Monaco

Cosa succede quando mischi le ossessioni metropolitane della trap music – dei TNGHT, per intenderci – con una sezione di corni che scandagliano le profondità delle basse frequenze? È quello che si è chiesto Pete Wareham, leader del furioso combo free-jazz degli Acoustic Ladyland e occasionale dj, quando ad una festa privata si è ritrovato a suonare Habibi di Ali Hassan Kuban – un pezzo noto ai più per essere comparso nella colonna sonora de Il Dittatore. Per lui, già autore fuori dagli schemi e appassionato in parti uguali di materie classiche e di sperimentazioni elettroniche, è stata come un’epifania: la proposta gelatinosa e iper-ritmica dei futuri Melt Yourself Down stava già tutta lì, tra le volute esotiche di una dance nata in Africa come in Medio Oriente e le ferite inferte agli schemi espressivi della generazione post-Kraftwerk.

Dopo aver attirato l’attenzione di mezza Europa con un’immagine scorretta e incredibilmente sudata, i Melt Yourself Down arrivano alla prova dell’esordio con il lancio del singolo Fix My Life. E la festa iniziata sui palcoscenici ricomincia su disco, attaccando frontalmente l’ascoltatore con un minestrone di lingua creola, francese abbozzato e cori in risposta al dialogo continuo tra le trombe, mandando in tilt le aspettative di quanti temevano solo un fuoco di paglia. Sì – perchè seppur di festa si tratti – qui si fa tremendamente sul serio: le potenti linee melodiche di Tuna e dell’arabeggiante Kingdom Of Kush, seguita dalla più riflessiva camminata di Free Walk, sono un saggio completo di ciò che Wareham conosce e vuole fare suo.
In primo luogo rimodulando le tradizioni percussive trasmesse dalla Nubia fino all’India, in un cortocircuito di influenze che disprezza il tempo e la geografia come ostacoli non necessari. Poi, l’architettura frattale con cui vengono impastati i sermoni dabke, mescolata – per giunta – a quella che sembra l’attitudine della New York underground dei primi anni ’00, con Rapture e LCD Soundsystem in testa alla fila. Lì si parlava del revival post-punk e si ripulivano i chiodi smessi in guardaroba, qui si punta molto più in alto: sbarcare in Europa e in America come un nuovo esempio di figliol prodigo, istruito prima sul sussidiario del punk e poi forgiato dai codici espressivi di continenti lontani. Buttare via gli spartiti, salire sul palco e spaccare i tromboni sui timpani della folla. Senza distruggere nulla, per carità. Perchè nelle feste meglio riuscite nessuno si rompe il naso e si finisce per conoscersi un po’ tutti.

(26/06/2013)

Commenta
Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.