Matthew E. White: il gigante buono dalla voce di velluto

di Mattia Nesto

Una morbida anima soul si mescola con virate nel mondo del cocktail-jazz e del cantautorato in salsa ’70

Fiati, archi e ritmica incalzante. Voce suadente, estremamente soul ma senza gli svolazzi e “i pezzi di bravura sempre e comunque” che caratterizzano un certo nu-soul contemporaneo. Questo è Matthew E. White, il gigante buono dalla voce di velluto e dal cuore ricolmo di anima.

Già nel 2013 Matthew E White aveva stregato mezzo mondo, quando con le sette fulminanti tracce del suo Big Inner, si segnalò non soltanto come una delle voci più significative e immediatamente riconoscibili di questi ultimi anni, ma soprattutto si ebbe subito la sensazione, forte e nitida, di avere di fronte un artista a tutto tondo, fatto di ossa, muscoli e chili su chili di musica suonata con cura e proposta con altrettanta perizia. Già perché il ragazzone di Virginia Beach (sul cui aspetto, prima di comparire nei video, si erano fatte le supposizioni più disparate) nel suo nuovo lavoro Fresh Blood, uscito per l’etichetta Domino, conferma tutte le buone e grandi aspettative del suo primo album. Un disco che sposta le lancette dell’orologio della Storia agli anni Settanta, attraverso un suono molto caldo e avvolgente, chic ma senza essere radical, come se si stesse partecipando ad una festa in piscina in cui si è tutti molto eleganti ma sono solo pochi gli ospiti sgraditi. Da un punto di vista di debiti musicali, evidente nelle canzoni di Matthew E White il rimando, sempre e comunque mediato dalla propria specifica vena artistica, al cosmo in cui le divinità incarnatesi in uomini rispondono ai nomi di Marvin Gaye, Van Morrison, Curtis Mayefield e a qualche solfeggio à la The Beach Boys. Ma, come dicevo, la sperimentazione di Matthew E White non si ferma qui. Infatti, nella canzone apripista del nuovo disco, Rock & Roll is cold vi sono suggestioni piuttosto vicine a Beck mentre in Circle ‘Round the Sun le coordinate indicano ora Jeff Tweedy dei Wilco ora le arie di Sufjians Stevens.  Il mastodontico cantautore dalle lunghe chiome si presenta come un nome molto solido sulla scena internazionale che, senza disdegnare lo sperimentalismo, è sapientemente capace di tenere insieme l’immediatezza delle canzoni (e la loro “radiofonicità”) con atmosfere da alta scuola. Grazie ad album come questo Fresh Blood, possiamo tranquillamente affermare che le sterminate praterie americane sono ancora popolate, qua e là, da songwriter originali e possenti, cresciuti come spighe di grano ai bordi delle lingue di cemento. In fondo per suonare soul e folk, senza rinunciare ad un tocco cocktail-jazz, occorre recuperare le buone e vecchie maniere in un revival consapevole e elegantissimo.

(17/03/2015)

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Mattia Nesto

Fa’ che la morte mia, Signor, la sia comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando