Mathew Jonson – Her Blurry Pictures

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
6.0


Voto
7.0

7/ 10

di Manuel Polli

La techno è un affare serio e Mathew Jonson, protagonista assoluto di tale movimento da oltre dieci anni, ce lo ricorda con la sua consueta classe cristallina in quest’ultima sua fatica: Her Blurry Pictures è il suo secondo LP ed anche il primo lavoro ad uscire per la Crosstown Rebels di Damian Lazarus e quindi, un po’ a sorpresa, non per la personale Wagon Repair. La musica di Her Blurry Pictures suona squisitamente berlin-sound, ma la parabola di Mathew comincia molto lontano dalla capitale tedesca, in quanto i primi passi negli ambienti musicali li muove a Victoria, Canada, sua terra natale. Qui conosce Tyger Dhula e Danuel Tate, assieme ai quali formerà i Cobblestone Jazz, band tutt’ora attiva e con un considerevole seguito di estimatori sparsi per il pianeta (le folate jazzy-lounge rinchiuse dai 4/4 tech-house di 23 Seconds sono assolutamente consigliate per chi se le fosse perse).Dopo svariati Ep, collaborazioni di spessore (basti citare Alpine Rocket , pezzo targato 2003 prodotto con Luciano), pezzi di assoluto successo come Marionette passati per i più importanti club mondiali ed il precedente Lp Agents Of Time del 2010, il ritorno non poteva che essere una conferma che Mathew la techno la sa fare, con una cura per i suoni fuori dal comune ed una precisione geometrica nelle partiture sonore mai così matura.

Si parlava di berlin-sound e non potrebbe essere altrimenti; da anni Mathew bazzica, suona e produce in Germania e Her Blurry Pictures è stato prodotto nel suo studio collocato in un aeroporto dismesso nei pressi de Berlino, massima ispirazione tedesca nel beat al servizio di un piglio minimal che nell’insieme da vita a un lavoro di ampio respiro, abile nel divincolarsi tra momenti ritmicamente bui e serrati dalle sottilissime variazioni di tono (Sahara) a momenti più tech-house in stile Crosstown Rebels (Kissing Your Eyes). Rispetto ai precedenti lavori, Jonson cura maniacalmente i suoni, li affila e li mette ciascuno al proprio posto, tutto ordinato al millimetro e non c’è un solo bleep che non serva o che sia di troppo. Così il cinguettio analogico di Illusion Of Control ci spinge verso quella linea di confine tra la techno e l’Idm tanto cara agli ultimi Black Dog, Level 7 con i suoi synth elicoidali ci fa muovere il piede senza spingerci però nel dancefloor classico, si balla si, ma con una certa serietà teutonica di vecchia scuola. Touch The Sky vive di vocalizzi scomposti e percussioni sincopate mentre la finale titletrack lascia da parte i beat e chiude il disco perdendosi in territori surreali non molto distanti dalle visioni post-atomiche del recente Tomorrow’s Harvest dei Boards Of CanadaUn disco ben prodotto che suona bene, ottimo da avere sottomano nel caso qualcuno vi domandasse: “A che punto sta oggi la techno, quella ben fatta?”.

 

(25/08/2013)

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Manuel Polli