Massimo Volume – Aspettando i Barbari

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
7.0


Voto
6.3

6.3/ 10

di Gianpaolo Iacobone

MASSIMOVOLUMEweb

Recensire un complesso, per un recensore che pensa che lo stesso complesso, sia (stato) uno dei più significativi complessi della storia della musica italiana, ma che però dopo il secondo disco l’arte sia diventata mera maniera, è complicato. Introdurre una recensione, con una frase ricca di carenze di analisi logica, il quale significato parli della difficoltà di un recensore di fare il proprio lavoro è da sfigati, incompetenti, inconcludenti, imbecilli.

Detto questo, Aspettando i Barbari è il secondo disco dei Massimo Volume dopo la loro reunion, che ha visto un successo più ampio, probabilmente anche più meritevole, per la carriera pluriventennale della band bolognese. I Massimo Volume sono rimasti fondamentalmente una band noise/alt/rock caratterizzata da una voce narrante in bilico fra poesia e prosa, che canta alla maniera forse dei poemi epici dell’antichità, di sicuro non canta come i Beach Boys. Umberto Palazzo, che alcuni possono ricordare come parte della band emiliana fino alla prima metà degli anni 90, sostiene che il rock in Italia è sempre stato succube della maggiore attenzione ai testi, rispetto alla musica. Forse ha ragione, e l’esempio della band capitanata da Emidio Clementi, potrebbe essere un esempio in favore di questa tesi. C’è da dire che i testi di Clementi sono centomila volte migliori di tantissimi altri testi, anche superando i confini nazionali, tuttavia il problema fondamentale, convengo con Palazzo, non sono gli artisti,  bensì i fruitori della loro musica che aspettano solo di citare due versi di una canzone per darsi un tono da intellettuali, quando invece il rock è nato da un ceto e da una cultura, originariamente, di basso livello, il rock era una musica della pancia, delle gambe, di sicuro non  c’entrava molto con Kant. Dimaxyon Song non sfigura di fianco ai famigerati classici della band e potrebbe diventarne un nuovo inno con un indice di catarsi simile a Dopo. La paura pervade tutto il disco, una paura cinica e disincantata che probabilmente racconta come un evento che deve ancora accadere, un qualcosa di già accaduto, altrimenti non se ne spiegherebbe la lucida analisi, forse. L’attesa di chi sa che arriverà la distruzione è un sentimento tribale antico, una saggezza popolare che cerca riparo, cerca una via per la sopravvivenza chiamando in causa funzioni animali primarie.

(03/12/2013)

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Gianpaolo Iacobone