Mark Lanegan Band – Blues Funeral

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
8.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Matteo Monaco

Qualcosa è cambiato, nella tormentata storia di Mark Lanegan. Prima di tutto, perchè il vecchio leone di Ellensburg abbandona le collaborazioni eccellenti, con buona pace dei vari Josh Homme e Isobel Campbell, con i quali erano stati concepiti gli ultimi progetti del decennio appena passato. Era dai tempi di Bubblegum, anno 2004, che l’ex frontman degli Screaming Trees non si trovava solo con i session men della Mark Lanegan Band, di fronte al prossimo capitolo da scrivere. Troppo simile al duro periodo della disintossicazione e delle cliniche per essere un momento facile, o meglio, per non diventare un capitolo di svolta. Sarà per questo, e forse anche per una palese ammirazione dell’electro-pop coltivata dal cantante statunitense, che Blues Funeral suona come una vera sorpresa. Prendere Ode To Sad Disco per credere: Lanegan scopre il falsetto, e i synth spianano il terreno di una conquista radiofonica, lasciando di sale gli ascoltatori meno giovani. È l’inizio degli anni ’10, recitato da un attore di quelli che non incontri tutti i giorni: dalle cavalcate grunge di venti anni fa, passando per il rock desertico e stonato (in quel senso), per poi cimentarsi nel blues cantautorale nelle ultime produzioni. In fondo, chi conosce davvero cosa si cela dietro alla barba e all’onnipresente whisky dell’americano? Sembra la domanda posta da Bleeding Muddy Water e Tiny Grain of Truth, due facce di una strana, oscura medaglia. Da una parte l’elegiaco lamento del cantastorie, accompagnato da una polverosa linea di chitarra, mentre al fondo del disco si dipana il filo dell’esplorazione ambient (!), sugli accordi di una voce quieta e aperta. Quanto basta per guadagnarsi i favori della critica (eccetto i puristi, i dietrologi e gli incontentabili), ma Blues Funeral nasce apertamente sotto altri auspici. Sembra di trovarsi in mezzo ad una festa a sorpresa, dove li ritrovi tutti, i tuoi amici. Ti sforzi di ricordare i nomi, mentre saluti John Foxx, perchè vicino ai Queens of The Stone Age scopri che sono stati invitati anche i Kraftwerk, e la situazione si fa caotica. Solo per la tua memoria, però, perchè quando suona Harborview Hospital ti accorgi che gli ospiti si conoscevano già tra loro, e che era solo questione di mettersi a suonare insieme.
E poi, Lanegan aveva proprio bisogno di una festa così; scorrendo le tracce fino a Deep Black Vanishing Train, quando l’urto scuro delle corde vocali fa tremare le finestre di casa, scopri che è di nuovo il più ubriaco di tutti, e scappa un sorriso. Forse in ritardo con gli anni, di sicuro pieno di idee: Lanegan si scopre ottimo frequentatore musicale e scaccia l’ombra di “esecutore vocale” che aleggiava sulle preziose collaborazioni del passato. Al prezzo di una cena fuori, siamo ammessi al party più esclusivo del momento, dentro al vortice di intuizioni e ricordi che affiorano sulla chitarra di Lanegan. Per stasera restare a casa non è un delitto.

(20/03/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.