Marillion – Sounds That Can’t Be Made

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Redazione

C’è chi concepisce  l’arte come elemento universale di descrizione dell’essere umano e si pone l’obiettivo di una creazione di opere che abbiano un valore sempre valido nel mutare dello spazio e del tempo, e chi invece sostiene che per il fatto che essa provenga dai moti dell’animo umano di chi la produce, debba a sua volta smuovere le coscienze di chi la percepisce, esaltandone il valore storico e geografico di cui essa è figlia. La musica, come il resto dell’arte, non è solo divertissement, ma vero e proprio impegno sociale nel promuovere un sentimento, un’idea, una coscienza culturale e una posizione che non si limiti a teoria, ma che abbia anche effetti sulle azioni del mondo.
E’ questa l’ideologia compositiva dei Marillion, che al loro diciassettesimo album in studio, pongono la loro attenzione concettuale su tematiche importanti della storia contemporanea: Gaza la prima traccia dell’album racchiude tutto l’attivismo del gruppo e del frontman Hogarth, che come altri suoi colleghi artisti connazionali, come David Gilmour, Roger Waters, Chris Martin, sostiene la “Hoping Foundation”, un’organizzazione non governativa che aiuta i giovani palestinesi nei campi di rifugio dei territori di confine, come la Striscia di Gaza. Il pezzo di oltre diciassette minuti è stato scritto dopo varie interviste del cantante ai palestinesi che vivono in quei territori ed è l’impersonalizzazione del leader del gruppo in un bambino che si trova a vivere, per destino infame, sotto i bombardamenti israeliani; sebbene perda tutte le persone care intorno a sé, non perde la speranza di un futuro di pace e libertà, invocando l’aiuto di chi può fare veramente qualcosa.  E’ in realtà Hogarth a parlare, in maniera molto efficace e coinvolgente, esortando i suoi fan e i popoli delle nazioni estere, che stanno a guardare senza cogliere la tragicità della situazione,  ad avere una coscienza politica e a prendere una posizione a favore della risoluzione del conflitto. Diciassette minuti che non annoiano nell’ascolto di questa storia toccante e volano senza farsi sentire, grazie anche ai tanti movimenti da cui è composta la canzone con andamenti, melodie,  sonorità e ritmi diversi. Un vero lavoro di rock progressive, dalle liriche alla composizione sonora.


Come questo altri nel disco: Montréal, probabilmente il pezzo musicalmente migliore di questo album, riflette su come l’avvento delle nuove tecnologie abbia cambiato il nostro modo di sentire la distanza durante un viaggio; di innovativo nella canzone c’è sicuramente il fatto che elementi moderni di tecnologia, quali Skype, tabelloni degli arrivi-partenze delle stazioni, mass media, ritenuti convenzionalmente apoetici per una canzone, costituiscano il cardine concettuale di una canzone così artistica ed emotiva al tempo stesso seppure vicina alla materialità quotidiana. The sky above the rain racchiude con un’analisi, semplice ma molto psicologica, le dicotomie di amore-odio e verità- bugia che caratterizzano la fine di quasi ogni rapporto sentimentale, ed è il pezzo che forse, di più nell’album, ha un’universalità tematica pur rimanendo in una struttura musicale di neo-progressive melodico.
Stupiscono invece per la maggiore semplicità e l’abbandono quasi delle caratteristiche del genere prog altre canzoni del disco, come Pour my love e Invisible ink. Ma questo è naturale se si pensa al taglio più orecchiabile, melodico e meno virtuosistico che ha voluto dare Hogarth al gruppo dalla sua entrata alla fine degli anni ’80, facendola configurare come una band progressive di controtendenza.
Nel complesso l’album è un buon disco, dall’ascolto immediato nonostante la sua complessità musicale: è studiato melodicamente in ogni dettaglio risultando piacevole all’orecchio e interessante alla ratio più matematicamente musicofila. Ciò che manca forse è la variazione di stile che si mantiene morbido e docile tra i vari pezzi senza mai fornire canzoni forti e ritmate, come i primi Marillion sapevano fare. Un disco consigliato a tutti gli amanti del prog.

(30/09/2012)

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