Maino – Day After Tomorrow

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
5.5


Hype
5.0


Voto
5.2

5.2/ 10

di Lorenzo Li Veli

2009, Brooklyn, un rapper sfregiato cantava la sua nuova hit, Hi Hater, slogan in poco tempo diventato parola d’ordine di tutti i cantanti hip hop, soprattutto italiani (la malattia del malato immaginario è più radicata nel Bel Paese che oltre oceano). Quel rapper, Maino, era considerato uno dei migliori talenti emergenti della Grande Mela, complice anche la discreta mole di mixtape che circolavano a suo nome. Dopo un veloce matrimonio con la Universal, l’artista si accasa in Atlantic Records, con cui pubblica il tanto atteso album di debutto, If tomorrow comes…, sempre nel 2009. Un disco oscuro, dal sapore agrodolce: grandi produzioni, ma le qualità di Maino al microfono non affioravano particolarmente, anzi, in quel contesto sembrava un rapper assolutamente mediocre. Certo, non ci si aspettano virtuosismi lirici da parte del rapper di Bed-Stuy, ma qualcosa in più sarebbe stato lecito attenderlo.
La storia, inevitabilmente, si ripete nel 2012, con il sophomore album, il secondo album prodotto dal cantante newyorchese, Day After Tomorrow. Certo, qualche miglioramento superficiale si nota, soprattutto nella parte lirica (la tripletta MessiahGlad to be aliveDay after tomorrow è decisamente degna di nota), ma la colonna sonora è sempre la stessa: basi potenti, anche se troppo patinate, e un modesto Maino a rapparci sopra. Situazione inspiegabile, viste le qualità che il rapper aveva mostrato nelle varie produzioni indipendenti del passato e, in parte, anche nel primo disco. Troppi gli scivoloni, dunque, per ritenere ampiamente sufficiente il disco: blanda Make that money, troppo patinate sia Never gon stop sia la brutta copia Heart stop, brutto il singolo di lancio Let it fly con Roscoe Dash, artista tanto di moda quanto sopravvalutato. La musica cambia, invece, con la seconda hit, That could be us, con influenze soul e un ritornello azzeccato, e Gangstas aint dead, grazie alla base ipnotizzante. Decisamente troppo poco, però. Gli stessi featuring, con l’eccezione di T.I., abbassano, se possibile, ancora di più il livello già basso: Meek Mill e Roscoe Dash paiono due pesci fuor d’acqua.
Ormai Maino è diventato un caso: fenomeno inespresso oppure talento sopravvalutato? La disputa è ancora in corso, ma solo un prossimo lavoro positivo farà pendere la bilancia per la prima opzione.

(11/03/2012)

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Lorenzo Li Veli
Lorenzo Li Veli

Caporedattore e gestore della sezione black music. Studente della magistrale di Ingegneria Energetica @ Politecnico di Torino