[REVIEW] Le Luci Della Centrale Elettrica – Costellazioni

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
8.0


Voto
7.0

7/ 10

di Azzurra Sottosanti

Le-luci-della-centrale-elettrica

Vasco Brondi è tornato a guardare le luci della centrale elettrica, come quando era bambino. E a distanza di tre anni e mezzo dall’ultimo album ha finalmente sfornato questo Costellazioni, realizzato in collaborazione con Federico Dragogna de I Ministri e uscito il 4 marzo per La Tempesta Dischi. Sarà che Brondi è considerato uno dei migliori songwriter in Italia, sarà che sono trascorsi sette anni dall’uscita di quella famosa demo autoprodotta che fece gridare al capolavoro i più istruiti ascoltatori di musica indie rock italiani e che lasciava trasparire le potenzialità di un artista che avrebbero trovato compiuta espressione nel successivo, fenomenale, album d’esordio, Canzoni da spiaggia deturpata. Sarà per tutte queste ragioni che da questo disco ci si aspettava di più.
Costellazioni si adegua perfettamente allo stile “brondiano”, fatto di atmosfere affascinanti e malinconiche da provincia industrializzata ed Europa postatomica. Un disco che non aggiunge, semmai conferma, ribadisce, consacra. Senza riuscire però a replicare i fasti del debutto, ad eguagliare l’intensità dei suoi predecessori. La qualità dei testi rimane alta, ma l’impressione è che abbiano perso parte della loro potenza evocativa, di quella capacità di aprire un orizzonte di senso condiviso nel quale ogni individuo minimamente sensibile fosse in grado di riconoscersi. Ciò detto, Costellazioni non può non essere considerato un disco significativo e ricco di brani meravigliosi (vedi I Destini Generali). Quindici tracce variegatissime capaci di incarnare lo spirito del nostro tempo digitale, la sua epopea simbolica, alternando intimismo ed energia: si passa da lente ballate al piano come I Sonic Youth o Un bar sulla Via Lattea a brani urlati in stile punk hardcore da pogo legittimo come Firmamento, dai beat elettronici di Ti vendi bene (che sembra un pezzo del Management del Dolore Post Operatorio, ovvero dei CCCP), al Blues del delta del Po, che rievoca Dalla e De Gregori. Giochi di parole e citazioni colte più o meno pop usate a tradimento per spezzarti il cuore. Un album pieno di soluzioni strumentali nuove (in primis quella elettronica) e diverse per ogni singolo brano, che tuttavia poggia su temi che, sebbene illuminati da colori inconsueti, sono quelli che sin dall’esordio siamo abituati a conoscere. Cullarsi sugli allori di un’identità musicale forte ed apprezzata va più che bene, a patto che non si rischi di diventare statici o, peggio, ripetitivi. Per ora noi la chiameremo celebrità.

(10/04/2014)

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Azzurra Sottosanti
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