L’Officina della Camomilla – Raccolta Demo

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
7.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Salvo Ricceri

Ci sono diversi modi di recensire un prodotto che già di per se non si lascia incatenare alle logiche della critica di settore, sfuggendo le categorizzazioni: una strategia di cui si abusa periodicamente consiste nel cercare influenze, padri ideologici, comparazioni stilistiche ed improponibili accostamenti tra le manifestazioni della creatività artistica nostrana e le loro (fantomatiche) controparti d’oltre-Manica o d’oltre-Atlantico: vi sarà di certo capitato di scorgere affermazioni allucinanti ed allucinate del tipo “l’Elvis mangia spaghetti”, “il Bob Dylan di Reggio Emilia” o “gli Stooges della bassa Campania”. Tutto ciò capita in genere quando ci si trova dinnanzi a rivoluzioni entropiche, ribollenti, troppo vaste e innovative per essere inscatolate nelle definizioni pregresse . Nel caso dell’Officina della Camomilla la tentazione di incollare paragoni ed etichette è irresistibile tanto quanto il rutto dopo la lattina di Coca: la sentenza quasi unanime è stata “ecco una manciata di ragazzini che giocano a fare i Moldy Peaches italiani”. Insomma, da brivido.

Come se per ratificare il valore di un artista si abbia il bisogno di tessere delle credenziali chilometriche, giustificandone l’esistenza con i sostantivi “appartenenza” e “continuità”, spazzando via ogni dubbio critico con un “se l’hanno già fatto inglesi, tedeschi o americani allora è ok”.

Ma questo, a dirla tutta, importa ben poco ai “camomilli”, collettivo itinerante di pionieri dell’indie che hanno scalato il traballante crinale dell’Olimpo alternative per affermarsi come giovani icone dello sperimentalismo neo-cantautorale, idoli immacolati di una innocenza espressiva in bilico tra gli angeli degli affreschi vaticani e un bus di diciottenni di ritorno da Amsterdam. Si reggono su solide gambe lo-fi che, oltre a farli correre più veloci di chiunque altro in questo nuovo decennio appena inaugurato, li isolano in maniera ignifuga da ogni tentativo di attacco: potete lasciarvi conquistare, detestarli o rimanere placidamente indifferenti, ma è innegabile che questi ragazzi hanno trovato il modo di oltrepassare lo steccato per esplorare le terrificanti meraviglie che si celavano metaforicamente “oltre il giardino”, e “Raccolta Demo” è il miglior risultato che potevamo augurarci.

Innovazione nell’approccio all’esecuzione e nelle sdrucite performance vocali, nei testi immaginifici ed evocativi che si appoggiano a registri d’espressione fino ad ora estranei o quantomeno “marginali” alla tradizionale forma-canzone italiana. Tanti gli ammiccamenti e i velati citazionismi al circuito underground, alla cronaca cartacea e televisiva, alla cultura pop, al costume, finanche alla filosofia (“fuori dal sexy-shop parlami di Eraclito, mentre giochiamo a calcio con le pigne”). Si legge tra le righe un bisogno quasi fisiologico di scavalcare a gambe unite il grigio muro dell’Entertainment Industry, arrivare al cuore e allo stomaco tramite una esposizione quasi fisica, palpabile: è in questa direzione che si muove la tacita pretesa “concept” della raccolta, una manciata di brani ancora fumanti di cioccolata e coperte registrati con un Mac in una camera da letto, limpidi e pronti a trascinarci per mano in un paradiso umano fatto di vecchie scarpe consumate, colazioni ai piedi del letto, giradischi, pennarelli vivaci e foglie autunnali. Si impasta la bossanova ad alcuni accenni di tango ed electro-swing, strimpellate da spiaggia ed intermezzi strumentali che tra una strofa e l’altra ci piazzano in fronte la consapevolezza di un ponderato lavoro di progettazione delle architetture melodiche, che comunque non ottunde alla delicata spontaneità delle composizioni. Un occhio fermamente puntato alla dimensione “cheap” degli arrangiamenti (flauto dolce, xilofono, ukulele, diamonica) che comunque non disdegna sonorità puntellate di tappeti-synth quasi anni ’80 (come in “EE Londra e Londra” o “Le mie pareti fluorescenti di Nord Africa”).

Tra le tante, “Le foglie sui miei vestiti sono il sangue del parco” spicca per intensità evocativa e spessore poetico, “Ti porterò a cena sul braccio della ruspa” sussurra con incedere sincopato una orecchiabile cantilena in onore di “tutti i nostri cieli tremendi e dolcissimi”, in cui è ravvisabile una rivisitazione pop della conclusione kantiana alla Critica della Ragion Pratica (“la legge morale dentro di me e la pozza di fango dentro di te”). Un caleidoscopio di suggestioni oniriche, presentimenti sonori e “rebus” verbali da scarnificare di volta in volta, una galleria di ritratti emozionali (“ma tu lo sai quanto è grasso l’universo?”) e paesaggistici (“la repubblica del pomeriggio bianco, delle panchine che sono stanza”): consigliato e ribadito l’ascolto ostinato e frequente di ogni singolo pezzo e non solamente di tracce ormai note (e notoriamente apprezzate) come “Gentilissimo Oh”, “Dai graffiti del mercato comunale” o “Cometa Superga”.

Troverete “Raccolta Demo” in giro per la rete, in free download. Perché in fin dei conti i “camilli” sanno di potersi reggere in piedi con o senza l’aiuto di una qualunque etichetta, o semplicemente non si sono (ancora) posti il problema.

(10/03/2012)

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Salvo Ricceri
Salvo Ricceri

Su OUTsiders, dal Febbraio 2012, scrive di indie-pendenze, provincialismi e menestrelli. Dirige la sezione Catania. Contatti: salvatorericceri@outsidersmusica.it