Lay Llamas: figli delle stelle e del deserto

di Mattia Nesto

Tra sabb(i)a e polvere stellare, la psichedelia dei Lay Llamas è arrivata sul palco del prestigioso Liverpool Psych Fest, affiancando gli sciamani scandinavi Goat.

Che fossero siciliani, pochi dubbi, se si considera che un altro siciliano cantò una volta “La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi viene dalle stelle”. E frase migliore e maggiormente calzante non si potrebbe trovare per la formazione di Selinunte che quest’anno ha realizzato in “Ostro”. La musica dei Llay Lamas è una specie di percorso astrale, di Qabbalà profana o di calderone magico, in cui, un po’ alla rinfusa un po’ con l’attenzione di un alchimista medioevale, ci ha buttato dentro di tutto: suoni afro, lamenti digitali ed elettronici, un pizzico di dream-pop ed, ovviamente , tonnellate di acida e colante psichedelia. Se nel brano che dà il titolo all’album i siciliani si divertono a spiazzarci con una ritmica ossessiva e echi lugubri, una sorta di “parto suggellato con la violenza” tra industrial e musica kraut più nera, nelle altre tracce del disco ci si perde in mezzo a labirinti di suoni acidi, che si liquefano su sfondi psichedelici, un’esperienza mistica si potrebbe dire, se questa parola non fosse stata abusata ormai. Ma qualcosa davvero di mistico e spirituale sembra innervarsi in noi quando si ascolta “Desert of lost souls” dove, con sonorità degni di un serpente a sognagli, viene costruito realmente un deserto sonico, in cui dopo oltre sette minuti di ascolto, non si sa bene se si potrà sfuggire o meno. Il cantato è evanescente, sembra quasi un orpello all’ombra di complesse architetture sonore, dove se non alla ricchezza dei rimandi e degli intarsi tra i singoli strumenti, l’attenzione dell’ascoltatore viene catturata soprattutto dal perdurare dei ritmi, che divengono ben presto ipnotici, al limite della trascendenza. Ogni tanto fanno la comparsa bassi profondi come tombe che fanno vibrare l’intero disco mentre alle volte i suoni sono così lievi e non indotti da poter rimanere dubbiosi sul fatto se siano o meno campionature di suoni naturali, come i rumori di un bosco o della campagna. Forse The Lay Llamas sono proprio questo: la via più naturale per risultare innaturali.

(01/02/2015)

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Mattia Nesto

Fa’ che la morte mia, Signor, la sia comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando