Litfiba – Grande Nazione

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
5.0


Voto
5.3

5.3/ 10

di Eugenio Goria

Nel 2010 Piero Pelù e Ghigo Renzulli sono tornati ad essere i Litfiba. Dopo dieci anni di avventure soliste, è giunta, improvvisa, la notizia di una reunion che lasciava già allora qualche comprensibile perplessità. Risultato, un tour e due inediti, Sole nero e Barcollo su cui ci sarebbe molto da dire e molto è già stato detto. Ma ecco che oggi, 17 gennaio, inizia un nuovo capitolo nella storia dei Litfiba, con un album intero di inediti dal titolo Grande Nazione.

Se la grande esperienza e un talento indiscutibile salvano sempre questi mostri sacri quando si trovano sul palco, è inevitabile rimanere delusi a un primo ascolto del disco. Il tempo passa e non esiste più il contesto in cui Renzulli e compagni hanno mosso i primi incerti passi, con un punkrock che per allora era pura avanguardia. Trasgredire e stupire è molto più difficile se non si hanno nuove idee, e proporre fino all’esasperazione la continuità di pensiero con i vecchi Litfiba forse non è sufficiente e non è la scelta giusta. Tuttavia, proprio questo insistere sul passato è anche un punto di forza del disco, che lo salva ampiamente agli occhi degli affezionati, che vedono riaprire un discorso chiuso da molto tempo.

Le dieci tracce di Grande Nazione appaiono così combattute tra la voglia di riproporre il sound che ha reso grandi i Litfiba e il desiderio di confrontarsi con suoni più moderni, in barba ai capelli bianchi. Tuttavia, se il risultato deve essere una traccia di apertura come Fiesta tosta, forse era meglio la prima opzione: un surf rock pieno di grinta ma povero in sostanza racconta la solita storia già sentita di sesso, droga e Gesù Cristo. Lo stesso non vale per il primo singolo, già diffuso nelle settimane precedenti in televisione e per radio: Squalo non è certo il meglio che i Litfiba abbiano mai tirato fuori, ma le liriche deliranti stanno ancora bene in bocca a un Pelù che è sempre più uguale a un Jack Sparrow annoiato, ma non ha perso la sua verve di rocker. Non tutta.

Nei molti momenti morti del disco, quello che salva sempre è la chitarra di Renzulli: molto più macchinoso e narcisista di come ricordavamo, Ghigo ci tiene a mostrare un lato tecnico a cui dieci anni di stop non hanno fatto che bene. La sua solistica difficilmente delude, e così anche un pezzo con un testo decisamente da buttare come la title track Grande nazione riesce a stare faticosamente a galla nei brevi spazi in cui la chitarra prende il posto della voce. Nulla di innovativo, beninteso, ma onore al merito per la buona prova. Qualcosa da dire ci sarebbe invece sugli arrangiamenti, che sembrano pensati ad hoc per un’esibizione dal vivo che sappia coinvolgere, ma non riescono mai a stupire o a essere inaspettati: Tra te e me non sembra dare nuovi spunti, e , quello che è peggio, sembra un pezzo di Vasco Rossi.

Forse si è già capito, il vero punto debole di Grande nazione sono i testi, che riescono a raggiungere un qualunquismo disarmante. Basta ascoltare Tutti buoni, per rendersi conto che non basta sparare a zero, ma bisogna anche avere qualcosa da dire. Molto ingenua appare anche Anarcoide, forte di un’energia tutta punk, ma con molte cose già sentite che possono coinvolgere ma non certo convincere. Va bene atteggiarsi a trasgressivi, va bene ripetersi per far vedere che si è rimasti quelli di una volta, ma se poi non si regge il confronto con uno qualsiasi dei propri lavori, forse c’è qualcosa da riconsiderare, soprattutto perché era spesso dai testi che scaturiva il fascino dei vecchi successi dei Litfiba.

Bisogna però ammettere che tra mille sviste e passi falsi, qualcosa di buono lo si trova ancora: Squalo è tutto sommato un pezzo buono per la radio che sintetizza sapientemente un approccio più pop con l’immagine dei due rocker incalliti. La mia valigia è un altro brano valido che scivola verso sonorità molto morbide ma ha il pregio di essere pop senza vergognarsene, e ancora una volta è Ghigo a fare la differenza. Elettrica , forse il brano migliore, sembra più che altro un ritorno del vecchio Pelù solista, ma con qualcosa in più nel testo, che stavolta è molto accattivante. Per finire, Brado sembra tra i brani rock quello che convince di più per testo e arrangiamenti.

L’hanno fatta fuori dal vaso Piero e Ghigo? In parte, perché il bilancio del disco è sicuramente in negativo, ma con alcuni sprazzi della vecchia genialità che se non altro mettono voglia di andare a uno dei concerti dell’imminente tour. Che si possa fare meglio di così per due personalità di eccezione è scontato: ci vorrebbe meno voglia di applausi e più fame di sperimentazione.

 

(17/01/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.

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