Leonard Cohen – Old Ideas

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
8.5


Voto
8.7

8.7/ 10

di Davide Agazzi

Che cosa succede agli artisti di una certa età? Invecchiano. Proprio come noi, anche se, a differenza nostra, loro, che hanno trascorso la vita a scrivere canzoni e poesie, non possono smettere di lavorare. Non possono smettere di fare quello per cui sono nati. Per quasi tutti i cantautori, la pensione non esiste. Continuano a scrivere, a deliziare le nostre orecchie finchè possono, ma a volte cambiano. E’ cambiato Dylan, è cambiato Cash ed ora, alla sua veneranda età, è cambiato anche Cohen. La nuova voce del cantautore canadese stravolge una vita di malinconia, ma si colloca perfettamente nella carriera di uno dei migliori poeti del ‘900. Le nuove, vecchie, idee di questo 2012 parlano di un Cohen che vuole ancora dire la sua, con un tono più profondo e grave, che sorprende e commuove. Cohen è più schietto che mai, non vuole mentire a se stesso. Il futuro è oscuro (Darkness), forse questo sarà il suo ultimo disco e quindi bisogna fare le cose per bene. Un album che, più di sempre, trasmette un calore spirituale intenso (Amen), sincero ed autoironico, che guarda la morte senza rassegnazione. Tom Waits, anch’egli da poco resuscitato con uno dei suoi dischi più riusciti degli ultimi anni, ascolta fiero, e osserva la trasformazione del cantautore canadese. Il nuovo Cohen trae finalmente i frutti dell’esperienza solitaria nei monasteri zen e le ripropone nel country solitario di Banjo e nei vari gospel disseminati nel disco, tra cui emerge Come Healing. E sono le voci soavi di Sharon Robinson, Jennifer Warnes e delle Webb Sisters a bilanciare questo nuovo timbro tenebroso, inciso col catrame su caldo vinile. Sulla soglia degli 80 anni, con sedici registrazioni sulle spalle, Cohen scherza con Dio sulle note di Going Home e si definisce un “pigro bastardo in abito elegante”, ammettendo poi, al momento della presentazione di Old Ideas, di aver forse esagerato un po’ riguardo all’abito. Il disco, che regala le cose migliori nei primi brani, è un lavoro sentito, certamente non registrato tanto per fare. Un album che schizza fuori dal tempo, abbandona le frenesie digitali e si propone come la dolce carezza di un nonno sensibile, di cui tutti sentiremo sempre il bisogno.

(30/01/2012)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.

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