Laura Marling – Once I Was An Eagle

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.5


Voto
7.2

7.2/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

Laura Marling

Se qualcuno vi chiedesse chi, negli ultimi cinque anni, sia stata l’unica vera enfant prodige del folk (in senso lato) inglese e voi rispondeste Adele, Natasha Khan o Florence Welch, a detta mia sbagliereste. Nulla togliendo a queste indiscutibilmente talentuose artiste, ci sono certi musicisti che al di là delle proprie capacità compositive ed esecutive sono stati in grado di introdurre nel panorama musicale a loro contemporaneo dei trend di influenza notevole. Parliamo del folk maschio e barbuto (non innovativo, certo, ma di grande impatto) dei Mumford & Sons, imitato fino alla nausea negli ultimi tempi, o alla sua versione odorata di pino di Bon Iver, o al revival del più ruvido e debosciato blues rock grazie all’impatto della musica dei Black Keys.


Ecco, Laura Marling, capelli biondi, espressione sognante e look spudoratamente londinese (nonostante le sue radici affondino nel bucolico Hampshire), fa parte di questa categoria: quando nel 2008 esordì con Alas, I Cannot Swim aveva diciott’anni scarsi e lasciò a bocca aperta un po’ tutti. Era fidanzata con il Charlie Fink cantante e primo ciuffo dei Noah & The Whale (avete presente 5 Years Time dei Noah?) e il suo album, poi nominato al Mercury Prize, sembrava un adattamento moderno e dannatamente buono dell’ineffabile Joni Mitchell.
All’esordio seguono il riuscitissimo I Speak Because I Can, nel quale la Marling (lasciato Fink per finire nelle braccia di Marcus Mumford) riusciva a unire le atmosfere nebbiose del verde Hampshire a melodie molto più tribali (The Devil’s Spoke è una delle canzoni acustiche più evocative degli ultimi anni) e A Creature I don’t Know.
Inutile dire che la nostra giovane musicista, con l’ultimo sforzo, stia procedendo nella direzione giusta: non si registrano infatti grandi evoluzioni rispetto ai lavori precedenti. Ma perchè dovremmo? Quando il format è quello giusto, quando si è perfettamente a proprio agio con la propria creatività, perchè cambiare?
Questi, sicuramente, i ragionamenti che stanno alla base di Once I Was An Eagle, che non è affatto un brutto album, anche se a molti presunti fautori dell’evoluzionismo musicale deluderà.
Ritroviamo infatti le atmosfere cariche di delicato pathos che già avevano caratterizzato I Speak Because I Can: l’incredibile Undine, ispirata alla tragica storia dello spirito acquatico del folklore germanico, fa sprofondare l’immaginazione sotto l’acqua scura dell’oceano, mentre Little Love Caster e Where Can I Go? sono dolci, sincere e delicate come un racconto di Jane Austen. Più ricercate e “cantautorali” le melodie di I Was An Eagle, Once e When Were You Happy?: ma alla signorina Marling si perdona anche qualche velleità di troppo, perchè mai al di sopra delle sue capacità: la voce è infatti modulata con un’abilità notevole, dalle inflessioni molto più maschili di When Were You Happy? alla fragilità delle note acute di Little Bird, e la chitarra che le dà sostegno è sempre eccezionalmente a proprio agio.

Laura Marling 2

Volendo fare un paragone che tutti ora siamo in grado di comprendere, Laura Marling è un po’ come quel Jay Gatsby che allunga la mano verso la luce verde al di là della baia che separa la sua villa dalla casa dell’amata ritrovata. Qui, invece, un’accattivante Laura Marling che all’inizio ci sembrava “solo” una diciottenne con una manciata di talento, si è alzata sulle punte e si è sporta sempre di più verso un’altra luce verde, quella del cantautorato. E alla fine, con un’eleganza che è tutta inglese e un talento che è tutto umano, senza mai voltarsi a remare controcorrente, l’ha afferrata e l’ha fatta sua. Benvenuta nel mondo dei grandi.

(09/06/2013)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.