Lana del Rey – Born To Die: Paradise Edition

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
8.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

Che Lana del Rey abbia un qualche occulto potere magico è indubbio, impossibile dire se questo risieda nel suo aspetto, nel personaggio che ha creato o nella sua controversa musica.
Perfetta figlia del suo tempo, questa cantante è diventata una delle voci più chiacchierate e discusse dell’ultimo anno, dopo la pubblicazione di soli due album (il primo dei quali, Lana Del Ray A.K.A. Lizzy Grant, è stato tolto dal mercato per essere poi rimasterizzato da poco, visto il successo del seguente Born to Die): additata da una parte come il prodotto ben confezionato, carico di una profonda sensualità californiana che si amalgama con un portamento che va da quello di una timida ragazzina impaurita ad una donna dalla bellezza statuaria, questa ragazza è riuscita a stregare mezzo mondo con una musica che, in qualunque modo venga giudicata, non è certo il banale e trito prodotto da MTV Awards.

Hello Heaven
You are a tunnel lined with yellow lights
on a dark nite

Malinconica e seducente, Lana ha venduto più di due milioni di copie di Born To Die, album di quindici tracce, ognuna delle quali non può essere apprezzata se non scrollandosi di dosso le proprie convinzioni musicali, le proprie sovrastrutture, tutte quelle costruzioni intellettuali e personali che inevitabilmente intervengono, filtrando, nella valutazione di un prodotto musicale.
Perchè la musica della cantante americana è così, un prodotto atipico, che non fa presa sull’ascoltatore attraverso i soliti meccanismi, ma lo colpisce senza pudore facendo presa sulle emozioni più schiette. Una musica diretta, ruffiana, capace però di esaltare, deprimere, cullare e stupire l’ascoltatore senza elaborati schemi ma con una potenza evocativa impressionante.
A coloro che accusano Lana del Rey di essere una bambolina creata a tavolino per scalare le classifiche mondiali sfugge il fatto che è proprio questo che più colpisce di lei: il suo aspetto perfetto, le labbra inverosimilmente carnose e la capigliatura cotonata la rendono una sorta di giocattolo dalla duplice natura erotica e musicale, in balìa di ciò che il mercato le chiede di fare. Una creatura fisicamente e musicalmente sfacciata ma interiormente distrutta, la cui fragilità l’ha portata a cantare di un’America crudele, fatta di soprusi, di aspirazioni mai realizzate, di sogni infranti. Quella America di contraddizioni che da anni ormai ci è stata testimoniata in molte forme e che trova uno dei suoi picchi in quel Meno di Zero che ha fatto di Bret Easton Ellis uno dei più amati scrittori contemporanei. Le atmosfere evocate dalla cantante sono infatti vicine a quelle che coloro che abbiano letto il libro avevano in mente: una west coast assolata -come quella in copertina dello speciale Paradise Edition– nella quale le persone, rese apatiche dalle droghe e dall’inattività, si muovono senza uno scopo, freneticamente, quasi a fuggire quello che è il significato della loro esistenza, quello che la stessa Lana scrive a caratteri cubitali sul suo vendutissimo album: siamo nati per morire.

È tutto qui il significato della sua musica, un canto reso isterico dalla consapevolezza che la bellezza è un bene fragile e separato da un sottilissimo velo dalla morte e dalla distruzione. Non a caso, sotto il substrato emotivo delle sue canzoni (che per la maggior parte sembrano parlare solo d’amore) c’è un cinismo inquietante, una fredda consapevolezza che non può non essere consequenziale di tutto ciò di cui sopra: nella bella Yayo, ad esempio, Lana descrive il paradiso come una galleria segnata con luci gialle nella notte buia. Un paradiso che torna nel titolo di questa edizione speciale, come a ironizzare sul macabro destino riservatoci dalla vita.
Questa tensione, quindi, è il nucleo fondamentale della musica di Lana e il significato del suo successo, a prescindere dalla discussa (e discutibile) qualità della sua musica, la quale viene infatti ribadita, senza grandi variazioni, rispetto a Born to Die.
L’album si apre infatti con Ride, che tanto ricorda le migliori tracce della cantate, in cui il tema principale, quello della paura dell’abbandono, è delicatamente inserito in una melodia malinconica e non banale.
Si potrebbe dire lo stesso per American, canzone in cui Lana, con una vocalità più esplicita del solito, a volte quasi affaticata, esprime il suo controverso rapporto con il sistema americano: la frase like an American torna ossessivamente, diventando in definitiva una formula senza senso.
Le tracce, poi, si ripetono senza particolari picchi, dalla Cola che ricorda Born to Die, alla bella e lenta cover della Blue Velvet di Tony Bennett, passando per la delirante Body Electric (Elvis is my daddy / Marilyn’s my mother / Jesus is my best friend / I don’t need nobody / ’cause we got each other).
Dopo Gods & Monsters (che è probabilmente la peggiore, tra le nuove canzoni), seguono la già citata Yayo e soprattutto Bel Air, azzeccata melodia nella quale la voce evanescente della cantante è accompagnata dai soliti archi e un pianoforte che trattiene la canzone in un instabile quanto affascinante equilibrio.
Così si conclude questa Paradise Edition e così, sicuramente, si conclude la prima e fortunata fase della carriera e della vita di Lana del Rey. Che lei si sia realmente messa a nudo di fronte a milioni di ascoltatori o che abbia costruito una maschera da mostrare al mondo per sedurlo, che la musica che abbia prodotto sia il risultato di un’equazione matematica o dell’animo travagliato di una giovane donna vittima del suo tempo, una cosa è certa: Lana del Rey ci ha regalato, in poco più di un’ora e mezza di musica, un trattato sul mondo che ci circonda e sull’umanità che lo abita.

(12/11/2012)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.