Kurt Vile – Wakin On A Pretty Daze

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
6.3

6.3/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

#Kurt Vile 2Di Kurt Vile potremmo dire tante cose. Si potrebbe raccontarne la vita, ma quello che risulterebbe è la storia già conosciuta del quasi affermato musicista americano, fatta di banjo regalati da bambino, ricerca di semplicità (pare abbia passato due anni guidando un elevatore nell’area di Boston), gavetta musicale con una prima band (i The War on Drugs insieme ad Adam Granduciel, con il quale tuttora collabora) per poi arrivare all’emancipazione e, nel 2008, al debutto con Constant Hitmaker.

Ci si potrebbe soffermare sulla mole di influenze musicali di cui i suoi album trasudano, a partire dall’onnipresente Neil Young, maestro di ballate e cavalcate elettriche, alle riflessioni folk del Bruce Springsteen di “Nebraska“, fino al rock “sotterraneo”, metropolitano e stiloso di Lou Reed e dei suoi Velvet Underground: le grandi sorgenti ispiratrici del rock contemporaneo americano sono tutte racchiuse nell’ultimo lavoro di questo capellone di Boston, rievocate e armonizzate con grande nonchalance.

Si potrebbe sprecare molto tempo, perdendosi in inutili didascalie che, oltre che allo sfoggio del nozionismo musicale dell’Autore, servirebbero ben poco, al di là di una considerazione fondamentale: Wakin On A Pretty Daze è un album facile. Anzi, facilissimo. Non (solo) da un punto di vista compositivo: la facilità è tutta dalla parte dell’ascoltatore, che non ha il tempo di cominciare a dedicarsi al disco che questo è già finito. E non è una questione di durata ma di fluidità: Wakin On A Pretty Daze scorre come sabbia tra le dita, senza lasciare altra traccia se non qualche granello qua e là, ricordo opaco di una musica piacevole, in alcuni momenti evocativa, ma mai in grado di marchiare a fuoco l’ascoltatore.

#Kurt VileÈ un album “da cornice”, contraddistinto da melodie sognanti, a tratti lontane, ideali come colonna sonora di un languido film di Sofia Coppola o di un momento particolarmente evocativo della propria giornata: chitarra, falò e birra nei tramonti della californiana Morro Bay (dopo aver esaurito tutti i Jack Johnson, i Donavon Frankenreiter, e i Bahamas del caso), un pic-nic hipster nell’arcipelago di Stoccolma (una volta finiti Peter, Bjorn & John) o un lancio in paracadute sul lago Powell nello Utah (come Point Break insegna). O, in mancanza, bevendosi un Nespresso nel proprio bilocale milanese.

Quello che più affascina di Wakin On A Pretty Daze è il mood che si percepisce, uno “scazzo” (termine scientifico) che permea l’intero album, com se Kurt Vile cantasse e suonasse le tracce disteso su una chaise longue, i lunghi capelli slegati, i piedi scalzi. Distratto e affascinante, il cantante finisce per traghettarci attraverso melodie semplici e suoni già conosciuti che però non stancano mai: la chitarra velvetiana e il ritmo cadenzato di KV Crimes, i momenti quasi psichedelici (qualcuno ha ascoltato i Tame Impala) di Was All Talk, i classici arpeggi di Girl Called Alex e Too Hard e, ovunque, il mentore canadese: nella bella chitarra solista nella prima traccia si sente prepotentemente il Neil Young di Everybody Knows This Is Nowhere (Cinnamon Girl, Cowgirl in the Sand e Down By The River riecheggiano con grande stile), negli accordi di Never Run Away ma soprattutto nella ritmica di Air Bud, che sembra ricalcata su Heart of Gold.
Tutto ciò, inaspettatamente a quanto sembrerebbe a questo punto, non gioca troppo a sfavore del giovane musicista di Boston: il lavoro che ne esce è sincero, “pulito” e, per quanto non sia necessario per la vostra crescita musicale, se mai passaste da Morro Bay in California e aveste perduto i cd dei Beach Boys e dei Jefferson Airplane, potrebbe essere una buona soluzione per passare una serata di totale relax.

(25/04/2013)

Commenta
Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.