Koby Israelite – Blues from Elsewhere

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.5


Voto
7.5

7.5/ 10

di Davide Agazzi

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Koby Israelite è un polistrumentista israeliano. Fisarmonica, batteria, percussioni, basso, flauto, clarinetto, chitarra, banjo, mandolino, bouzouki, tastiere, pianoforte e sassofono sopranino. In poche parole, un genio. Non per altro è famoso per essere uno dei pupilli di casa Tzadik, l’etichetta discografica di John Zorn, di cui fanno parte anche due personaggioni come Marc Ribot e Mike Patton. Tanti i progetti messi in piedi, tante le collaborazioni, per una carriera tanto articolata quanto sconosciuta ai più. Oggi, l’esordio per la Asphalt Tango, baluardo discografico per la musica balcanica, dove nel suo catalogo figurano artisti come Fanfare Ciocarlia, Mahala Rai Banda, Kottarashky, Kal e tanti altri esponenti delle tradizioni dell’Est Europa. Un matrimonio quasi annunciato per un musicista così vicino alla musica klezmer, quella delle tradizioni ebraiche e della terra d’Israele, che non poteva non trasformarsi in un disco senza precedenti. Blues from Elsewhere sembra quasi un manifesto delle complicatissime sinapsi che si intrecciano nella testa di questo compositore: il bluegrass che si intreccia con gli ottoni, il rock dei Led Zeppelin che incontra le sonorità mediterranee (in parte già rivisto dagli stessi Jimmy Page e Robert Plant con No Quarter del ’94), il metal mescolato con la suadente voce della giovane Annique e la drum’n’bass. I titoli sono sensazionali, per ironia e fantasia: Johnny Has No Cash No More, Crayfish Hora (“la Hora del gambero”, dove la Hora è una danza tipica di tutti i balcani), East Of Nashville (terra natia del folk-rock made in U.S.A), o ancora, Bulgarian Boogie. Ad eccezione di una suite (anti-logicamente divisa in quattro brani), tutte le canzoni sembrano slegate tra loro; ed è proprio questa la forza del disco, ovvero la capacità di spaziare di punto in bianco da un genere a un altro (o a un non-genere, va da sé), tracciando in qualche modo un proprio filo conduttore. Assurdo, ma tutto orecchiabile, quasi ballabile, se non per qualche forzatura qua e là, qualche esagerazione, quando si cerca di incastrare a tutti i costi generi contrapposti. Un’amalgama spigolosa che sa farsi apprezzare per il meticoloso lavoro che c’è dietro. A vincere è sicuramente il genio di un musicista sopra le righe, che meriterebbe più attenzioni di quelle riservate finora.

(28/03/2013)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.