K’Naan – Country, God Or The Girl

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
6.5


Voto
6.7

6.7/ 10

di Lorenzo Li Veli

Piccolo flashback: estate 2010, mondiali in Sud Africa (disastrosi per la nazionale italiana), Wavin’ flag, brano del giovane artista canadese di origini somale K’Naan, viene scelto dalla Coca Cola come inno promozionale dei campionati del mondo. E’ il boom. Su K’Naan, cantante tanto sottovalutato, quanto valido, e sulla sua discografia si accendono i riflettori e, finalmente, ci si accorge di quanto Troubadour sia un capolavoro, nel suo intreccio di hip hop e folk music africana.
Ritorno al presente, 2012, febbraio: K’Naan, dopo tre anni di silenzio, pubblica un ottimo EP, More beautiful than silence, un prodotto che fa impennare le attese per il suo imminente album ufficiale. 16 ottobre 2012, ecco arrivare, dopo mesi di attesa spasmodica Country, God or the girl. Un album dalla doppia identità, che lascia a bocca asciutta i vecchi fan del rapper somalo, ma che, di contro, riuscirà a conquistare una vasta fetta di pubblico, grazie alle sue sonorità catchy e radio friendly (The sound of my breaking heart). Eh sì, perchè Country, God or the girl di black music ha poco o nulla, se si esclude il bellissimo storytelling di Nothing to lose con Nas (canzone, comunque, già presente nell’ep). La parte cantata, con ritornelli melodici (Better) e di facile fruizione, la fa da padrona, relegando il rappato in secondo piano (le strofe di Waiting is a drug). Il folk è quasi scomparso (fugaci tracce in Simple), sostituto da un pop pur sempre all’avanguardia, ma che ha poco da spartire con il resto della discografia di K’Naan: su tutte, il singolo di lancio con Nelly Furtado, Is anybody out there? e la traccia d’apertura, The seed. Intendiamoci, K’Naan è un grande liricista e in quest’album lo dimostra per l’ennesima volta. Il disappunto, semmai, nasce dal tappeto sonoro.
Un peccato che K’Naan abbia virato su queste sonorità, abbandonando le melodie che l’hanno sempre accompagnato da dieci anni. Una scelta commercialmente comprensibile, quella del rifugiato somalo, ma che gli alienerà certamente le simpatie dei fan di lungo corso.

(17/10/2012)

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Lorenzo Li Veli
Lorenzo Li Veli

Caporedattore e gestore della sezione black music. Studente della magistrale di Ingegneria Energetica @ Politecnico di Torino